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IL SECONDO SAGGIO

 L'insegnante e l'altro: dal rapporto alla relazione

  di Gabriele Boselli

  

 1. La Terra comune e i suoi abitanti

 

Tutti gli uomini stanno insieme, nello stesso universo fisico e culturale, eventi essi stessi di quella Natura che il dominio della tecnica occulta ma non può radicalmente cancellare: sono illuminati dallo stesso sole, guardano -TV permettendo- la stessa luna, le stesse stelle. Tutti sono attraversati dalla lingua e, per suo tramite, da tutti i pensieri e le emozioni provati dagli uomini che vennero prima. Prima o poi conosceranno tutti l'Amore e infine dovrano arrendersi all'estremo potere della Falce.

Ha ragione Hegel: il notissimo (quanto appena accennato) é l'ignoto; nel senso che non ci si pensa mai o mai abbastanza, giungendo come accade spesso a concepire la propria esistenza come esclusivamente propria o peggio come un qualcosa che occorre a tutti i costi affermare, con tanto maggior piacere quando i costi sono sostenuti dagli altri. L'etica della tradizione cristiana e l'ideologia ufficiale hanno un bell'essere pervasi di spunti altruistici: al di fuori delle istituzioni educative o religiose l' altro -se non é particolarmente amato dall'attore sociale in quanto parte dello stesso, più o meno ampio campo relazionale- é qualcosa che vale in quanto serve, che esiste come puro oggetto o strumento dell' agire individuale. L'egoismo e l'egocentrismo non sono fasi transitorie della coscienza ma assetti costituenti in modo stabile e spesso prevalente il pensare e l'agire dell'uomo sin dalla comparsa di questa specie sulla faccia della Terra e certamente eran parte della psiche delle forme pre-umane. Intere discipline -come il diritto- sono state edificate per assegnare un limite a queste tendenze ma quasi sempre esse sono solo riuscite a sostituire un egoismo istituzionale (di Stato, di chiesa, di scuola, di corpo) a quello individuale.

E' importante ripensare teoricamente quello che appare come un dato di fatto difficilmente controvertibile; non tanto per fuoriuscirne (impossibile) quanto per limitarlo attraverso la consapevolezza: l'egoismo e l'egocentrismo peggiori son quelli che vengono vissuti inconsapevolmente dall'attore sociale. Non si tratta di scegliere tra Hobbes (l'uomo come belva acculturata ma sempre "naturalmente" feroce) e Rousseau (l'uomo "naturalmente" buono ma reso nemico all'altro uomo dai meccanismi della società), sia perché ormai la natura é uno sfondo perduto, di cui la coscienza tardomoderna é ignara sia perché il vampiro e il donatore di sangue coesistono nella stessa società e talora nella stessa persona. Occorre invece portare a evidenza e far agire teoricamente quegli opposti stati dell'interazione che da sempre si combattono nella società e nel soggetto. Questo, nella particolare prospettiva del presente saggio, per vedere quale parte essi abbiano e possano avere in quello speciale profilo dell'interazione che é la relazione educativa.

Centrale in questo ripensamento é la distinzione tra rapporto e relazione; il primo concetto é un derivato dall'idea di potere, il secondo dall'idea di gioco.

 

 

2. Il Rapporto

 

Un rapporto é un'espressione di potere. Potere ( dal latino posse) é parola dalla gamma semantica nettamente divisa in due. Da una parte, potere significa semplicemente possibilità, capacità di portare gli eventi dal loro essere in potenza ad atti concreti, abilità realizzativa. Si configura come coordinamento dell' intenzionalità propria con quella altrui, stimolo e sostegno all' altrui operatività. E' segno, traccia positiva del passaggio di un soggetto nell' esistenza di una comunità, storia degli effetti del suo stare insieme agli altri e del suo muoversi sulla Terra.

Dall'altra parte, spesso dall'altra parte di ogni singolo atto, il potere é non potere di....... (p. creativo) ma potere su..... o contro......( potere oppressivo/distruttivo).

Ogni soggetto ha un suo ambiguo potere, così come ha una propria ombra. Governi ai più vari livelli di incisività un impero o un piccolo comune, un'azienda o il proprio cane o eserciti semplicemente il governo più difficile, quello di se stessi, nessuno é senza potere. Ma ugualmente nessuno, anche perduto nella più lontana e disabitata delle isole é sottratto al potere, ovvero a un qualche effetto della sterminata catena di rapporti che vincola tutti gli uomini del pianeta. Peraltro, e per fortuna, ogni potere é limitato nel suo campo (anche se di regola tende a debordare) e nel suo tempo (pur se i suoi effetti possono essere a lungo termine: gli abitanti di Hiroschima pagano ancora la decisione di Truman del 1945). E' stretto comunque, per il soggetto esercitante se non per i suoi beneficati o le sue vittime, nel breve spazio che intercorre tra il concepimento e la morte. Il potere generoso si arricchisce di quanto dona; le forzature del campo e del tempo (sia quelli estremi che quelli intermedi ) impoveriscono il potere-ladro-di-vita di quanto toglie ad altri, aumentano il peso delle sue come delle altrui povertà.

Il rapporto é qualcosa di inerente al peso particolare che la complessiva gravità dei poteri determina in una situazione; é l'impronta, il sigillo della dipendenza, il carattere prevalente delle azioni che un soggetto esercita su un'altro soggetto, secondo uno schema prestabilito e in sostanza indipendente dai soggetti che stano intereagendo. E' ad esempio un rapporto quello gerarchico: é ivi indifferente l'identità dei soggetti sovra o sottordinati; é una relazione regolata dalla norma in cui non conta (o non dovrebbe contare) l'identità dei soggetti interagenti. Un rapporto é quello che di regola s'instaura tra un professionista (ingegnere, imbianchino, commercialista, dentista) e un cliente: al primo interessano i soldi e il rafforzamento della fama, al secondo i risultati dell'azione del professionista; il primo e il secondo sono entrambi disinteressati all'altro come persona. In un rapporto non conta tanto il rispetto delle persone quanto delle regole legali, deontologico-professionali e contrattuali, anche se occorre constatare che il professionista di successo é sopratutto quello che riesce con ogni mezzo lecito e illecito a vincere la concorrenza eludendo le regole o a convincere comunque il cliente della bontà dei risultati ottenuti.

Rapporto vuol dire ri- portare, riportare o riconoscere il controllo della situazione al titolare ufficiale del potere e del senso, al protagonista principale e privilegiato dell'equilibrio statico e dell'intenzionalità (tensione verso il futuro) proprie del sistema. In un rapporto non esistono i soggetti ma solo le parti contraenti, le norme dettate dall'esterno, le non-regole del Mercato.

E' infatti il Mercato più ancora dei risultati (costruibili pubblicitariamente) o del prestigio scientifico (comunque comprabile) il megacriterio di valore delle professionalità che si spendono nel rapporto fra professionista e cliente. E il mercato non si fa limitare da nulla, non teme certo di misurarsi con il valore "oggettivo" del prodotto-prestazione poiché lo può fabbricare artificialmente con il marketing; é sempre il Mercato, o meglio chi lo controlla, a esaltare o distruggere un professionista e il suo rapporto con i clienti, a meno che non intervengano variabili impazzite o componenti di ordini professionali, autoreferenzialmente portatori di culture arcaiche e invasive come quello giudiziario.

In sostanza il rapporto attiene più alla sfera economica che a quella propria delle discipline che dovrebbero regolare la prestazione d'opera (medicina, ingegneria, tecnologie di settore). E' "finto" in quanto desoggettualizza -dunque annulla- sia il professionista che il cliente facendo del primo un semplice depositario ufficiale di tecniche stereotipate per la fornitura di servizi di valore meramente convenzionale. Lo é perché fa del secondo il terminale anonimo di procedure che non tengono conto della sua identità e della sua autonomia (il buon cliente é quello che non cerca di far troppe domande o addirittura di intervenire sulla "cura", essendo ogni interpretazione e decisione riservata al professionista) ma del target di appartenenza e della qualità del servizio da rendere. Qualità commisurata unicamente alla capacità di spesa, salvo variazioni dovute a sempre monetizzabili ritorni d'immagine.

 

 

3. La relazione

 

La rapportualità non può a parer nostro costituire la prevalente forma interattiva di chi, come l'insegnante o il dirigente, opera nella scuola, istituzione intrinsecamente orientata al servizio dell'Altro. Anche se la loro figura ha un profilo amministrativo che li inserisce in una catena di rapporti, la loro più rilevante operatività li colloca piuttosto nel gioco della relazione.

Scriveremo della relazione cosi come essa si presenta (§ 3.1 ) e come si realizza (§ 3.2). Naturalmente ciò avverrà nei limiti delle letture e delle esperienze dell'autore e nel quadro difficile di una regione dell'esperienza che, come quella relazionale, essenzialmente sfugge a ogni possibile tentativo di comprensione teorica in quanto continuamente innova la base fenomenica di quanto si cerca di definire.

Tentare di descrivere in un saggio la relazione é come provar di definire la forma permanente di una nuvola.

 

 

3.1 Fisionomia della relazione

 

Passiamo ora dall'analisi di un tipo d'interazione, il rapporto, che trova il suo processo di conferimento di valore nel Mercato, all'esame un concetto del tutto diverso e che riceve valore entro il campo della gratuità, dell'extraeconomicità: la relazione.

Un rapporto ha sempre un corrispettivo in denaro (altrimenti c'è la truffa); la relazione non può mai essere pagata in contanti o con una carta di credito. Diversamente dal rapporto, la relazione é una interazione di più soggetti dove l'identità conta, dona fisionomia ai soggetti e al loro stare insieme e conta vieppiù man mano che s'approfondisce.

Relazione etimologicamente significa l' agire di un "nuovo legame" di un sempre nuovo modo di essere vincolati (in libertà) ai soggetti con i quali s'interagisce. Infatti non c'è relazione che non leghi, che non limiti in qualche modo l'incondizionatezza della sfera d'azione; ma in un contesto relazionale all' origine del legame c'è un atto di scelta e un atto che può essere annullato, seppur non senza costi emotivi, dalla volontà delle parti che hanno co-istituito il legame. In una relazione autentica il legame é "sempre nuovo", continuamente relazionato dalla crescita o comunque dall'evoluzione dei soggetti. Ma un lato positivo dell'esser legati da una relazione é nella forza che essa conferisce di slegarci da altre relazioni ormai divenute (o semplicemente avvertite) come limitanti; un altro é quello di consentir di resistere nella propria autonomia intellettuale, per esempio in situazioni di anche esigua minoranza, impedendo che il soggetto venga schiacciato sotto la pressione delle forze del Sistema vincente. E' la relazione che conforta, che segnando dentro (insegnando) indica il sentiero interno ed esterno che il soggetto dovrà compiere.

Nel rapporto l'altro esiste solo come oggetto di manipolazione, dunque non esiste come altro; nella relazione l'altro conta più dell'io, la soggettività dell'altro esercita la più forte gravità di senso. Nella relazione i soggetti agiscono in base all'identità e in base al contesto e alla situazione immediata e remota, senza modelli pre-stabiliti poiché i modelli sono determinati dai soggetti in gioco e mutano al farsi sempre nuova della relazione. Mentre in un rapporto di lavoro lo stare insieme dei soggetti sotto le gerarchie ha un assetto dovuto, nella relazione prevale una forma ludica e lo stare insieme ha una motivazione intrinseca, é dovuto primariamente al piacere fondamentale che ne deriva.

Soprattutto nella relazione c'é un'asimmetrica, non ragionieristica reciprocità: io agisco in favore dell'altro senza pretendere un corrispondente trattamento, felice per il solo fatto di stare insieme e fare il suo bene; ma l'altro non potrà fare a meno di comportarsi, almeno intenzionalmente, allo stesso modo. L'orientamento all'altro vale dunque più della centrazione del soggetto su se stesso; non é cosa che possa avvenire senza sacrifici e senza dolore ma é l'unica, non sempre felice, possibiltà di non risucchio nella solitudine.

 

Giovanni Gentile dedicò il suo "Sommario di pedagogia" alla sua Donna, definendola "il meglio dell'anima mia".

La relazione non é solo qualcosa di necessario alla vita affettiva, estetica e intellettuale del soggetto, é la vita stessa, é il nostro essere in quanto, husserlianamente, "essere-al mondo", essere-ad-altro, ritrovarsi inerenti a un universo amico, suoi compossessori. Molto più di Gentile (se non altro perché dispone di assai minori risorse personali) come l'autore di questo saggio sarebbe più povero senza la sua Vanila, l' Angelo atteso da sempre! Quanto minor cosa sarebbe se Lei cessasse di pensarlo, di conferirgli per virtù di pensiero e carezze l'accesso a nuovi profili di vita! Come sarebbe "fermo" (non si sposterebbe dalle posizioni assunte), "muto"(non direbbe alcunché di significativo), "cieco" (non vedrebbe oltre il cerchio del proprio egocentrismo)!

In un saggio "scientifico" questo tono può apparire eccessivo. Ma il lettore che ha sperimentato sino alla cima cosa possa significare essere-in-relazione saprà perdonare l'apparente enfasi e anche quei tre punti esclamativi che altro non esprimono che lo stupore che si rinnova ogni volta che l'autore pensa alla fortuna che gli é capitata. Al di fuori della sua relazione con Lei, egli perderebbe la parte migliore di ciò che é, essendo quest'ultima un dono con-creato per grazia della Relazione.

Certo, come vi son relazioni essenziali (in cui si assiste al prender forma di un Soggetto trascendentale che ri-forma i soggetti elevandoli al piano dello Spirito) vi son anche relazioni esiziali che precipitano entrambi -o una sola delle parti, ma allora é un rapporto o quantomeno una non relazione- nel buco nero delle combinate gravità negative di cui sono portatori. Talvolta é un processo interindividuale, tal'altra é un evento collettivo ( es.: comunità rev.Jones): sempre é un correre verso la rovina, verso il dirupo da cui non si risale. O da cui si vien tratti con profonde, permanenti ferite.

 

3.2 Dinamiche della relazione

 

Finché la relazione vive, nulla sta fermo e tutto diviene, tutto procede. Non esistono dati assoluti ma solo dati-a-qualcuno; una parola cambia significato non solo a seconda di chi la dice ma anche a seconda di chi la ascolta. Tutto é aperto alla messa in questione, a un'interrogazione incessantemente rivolta a tutti i soggetti in relazione; il loro essere e il loro essere-in-relazione mutano di continuo e l'unico elemento che deve apparire come invariente é la certezza che unica cosa sottratta al cangiamento é il loro permanere intenzionale nell'anima degli altri soggetti.

I rapporti conoscono solo problemi di adattamento e non riconoscono problemi globali, fronteggiano le difficoltà con progetti di riduzione della portata problematica e di ingessatura degli elementi dinamici. Non così la relazione, che é impossibile incapsulare senza uccidere; essa può soffrire per qualche tempo la costrinzione, poi ne fuoriesce e porta tempesta e sole negli spazi invano chiusi.

 

3.2.1 Relazione e conflitto

 

Gli organismi che educano le masse alla globalità delle catene rapportuali (reti televisive, sistemi informativi, apparati produttivi) e in sempre più numerose e tristi scuole il soggetto non é concepito come Altro, ovvero come dialetticamente opposto al soggetto educante; non é soggetto del pensare, ma solo dell'apprendere. Il riconoscimento é piuttosto scarso.

Nella relazione l'attività del soggetto é premessa del suo vitale contrasto con i genitori, con le persone amate, con i maestri; chi non raggiunge la condizione di contrasto o perché limitato o perché impedito o perché blandito più difficilmente raggiungerà un'esperienza e una cognizione completa di se stesso. Nella relazione l'altro deve porsi, o deve essere avvertito sia come qualcuno da amare che come qualcuno da superare, per poi ritrovarci di nuovo suoi alunni. L'altro é l'orizzonte senza cui non esisteremmo ma non può essere un limite statico al cammino; quando per avventura ci occorresse d'andar oltre, lo richiameremo al nostro fianco, gli racconteremmo di dove siamo arrivati, ascolteremo i suoi racconti lieti di scoprire che egli era giunto ben più lontano di noi. Questo alternarsi di avvicinamenti e distanziamenti é lo spazio in cui si realizza l'autonomia del soggetto della relazione.

 

3.1.2 Relazione come lasciar essere

Duramente impegnato a sopravvivere senza essere stritolato dai meccanismi della competizione, il soggetto/assoggettato della tarda modernità si può dimenticare come soggetto di vita e come fonte originaria di ristoro per le vite altrui. Ancor meno ai tempi nostri si capisce come il soggetto possa esser lasciato libero di trovare autonomamente quella forma che più risponde alla propria vocazione d'identità: la famiglia e la scuola devono forgiare il tipo d'uomo che serve alla "civiltà" della tecnica e che sappia ottenere il dominio del suo interagire con gli altri. La forma della sua mente e del suo cuore devono esser tali da interfacciarsi senza problemi e in modo vincente con le menti umane e artificiali che lo guideranno nell'essere un buon produttore. Deve saper governare la relazione; non importa se il dominio gli costerà la solitudine e la perdita della sua differenza e della sua diversità (nonché della possibilità di fruire della differenza e della divcersità altrui) ovvero del suo io più profondo

Giovanni Gentile ed Edmund Husserl invitano a lasciare al soggetto la sua vita, liberandolo dalla soggezione alle interazioni "prigioniere" agli altri e al mondo degli oggetti. Non va taciuto che, specie nella relazione educativa, il lasciar essere é tutt'altro che facile e l'insegnante, sia per formazione che per obbligo di legge é portato a far diventare l'altro non quello che é ma quello che l'anonima volontà di potenza del sistema vuole che diventi. La sapienza pedagogica afferma peraltro, da sempre, che il miglior maestro é quello che evoca nell'allievo la volontà e la possibilità di essere diverso. Forse ancor più duro é l'accettare che i figli prendano una strada diversa da quella immaginata per loro.

E' d'altronde destino del genitore quello di lasciare i figli. Li accompagneremo finché ci sarà possibile; continueremo a guardarli anche quando la linea della visione si sarà fatta verticale

 

3.2.3 In-finitezza della relazione

 

Il rapporto é caratterizzato dalla compiutezza, dal suo esaurirsi, scomparire; a parte i rapporti economici più importanti, che posson lasciare dietro qualche muro o macerie, ne resterà traccia solo nei fascicoli. La relazione non ha un preciso principio né una ben definita fine: la relazione di un maestro con il suo allievo inizia quanto il maestro era scolaro; la relazione con il genitore con l'infanzia del nonno. Una relazione profonda non muore, continua a vivere nelle nuove manifestazioni dell'attualità; é in-finita, sia nel senso che si colloca entro la finitezza dei soggetti, sia nel senso che la trascende.

 

 

3.2.4 La relazione come atto del sentire

A fare la relazione é la persona e i suoi sentimenti; son essi a evocarla e a renderla buona o cattiva, non certo le tecniche psicologiche.

Qualsiasi relazione nasce da un flusso sentimentale. Anche i testi che trattano dei sentimenti -episodi della relazione tra i loro autori e la totalità degli uomini- non fanno mai eccezione a questa regola anche se alcuni in verità hanno questa pretesa e si ritengon partoriti dalla Ragion vergine.

Il testo che il lettore ha ora davanti é consapevole di esser nato da un cuore; riconosce di non aver tratto gran profitto dal gabelliano strumento-testa, pur vanamente attivato dall' autore per qualche tempo, prima della consegna per la stampa. Non nasconde tale sua origine -comune a tutti i testi di origine umana- e anzi ne va relativamente orgoglioso, nella convinzione che ove vi fossero per assurdo parole non nascenti dal cuore, queste dovrebbero cercare il loro luogo d' origine non più su, nel capo ma più giù, nelle viscere. (1)

I sentimenti non si illustrano (sono eventi intimamente misteriosi) e non si spiegano (non hanno forma). Poiché sono storia, possono invece essere raccontati.

I sentimenti più di ogni altra cosa in-segnano il soggetto di ogni relazione nell' origine, nel fine e nella fine. Siamo nati da un sentimento, viviamo secondo un più o meno autentico sentire, altri sentimenti ci portano a generare idee e persone; avvertiremo un senso di gelo quando le luci del mondo staranno per spegnersi .

Sentimenti: il loro coniugarsi con l' esistenza dell'uomo evoca la ragione, l'ebetudine o la follia. Come il vento, portano nella relazione il caldo, il tepore, il fresco e qualche volta il freddo. Quando il loro spirare é tempestoso danno luogo alla sofferenza ma, peggio, il loro attenuarsi o svanire dall' orizzonte del soggetto fa risuonare i passi del Nulla. Quando soffiano a nostro favore la felicità è cosi grande che i poeti devono spostare dalle loro orbite la luna, il sole "e l'altre stelle" per farsi testimoniare da loro la verità dell' esperienza che stanno vivendo.

Vorremmo che non ci riguardassero, ma guai se non ci guardano davvero, se, noi indifesi, non ci sorprendono.

Sentimenti: a narrarne l' accadere, a cercare di comprenderne almeno in parte il mistero, furono mosse le forme più alte di rappresentazione come la musica, le arti visive, la fiaba, il mito, la poesia, la filosofia. Solo forme metasentimentali come queste possono esprimere in modo coessenziale la verità del sentire. In esse il sentimento non é l' oggetto di cui si parla ma il soggetto del dire. Un soggetto che, nascostamente nel silenzio o manifestamente come nell' arte, attua se stesso ( e dunque la parte migliore dell'umanità) nella forma più pura possibile sulla Terra. Si attua come appartenenza al senso, al farsi altro delle cose e delle persone secondo se stesse. . Fà si che le cose e gli altri ci appartengano e che il loro divenire non ce li allontani; o se il destino allontana, il reciproco pensarsi faccia scoprire il segno dell' Altro presente in noi, reinveri la presenza (2 pag seg.).

 

1)E -potrebbe chiedere il lettore- a cosa può servire la testa nella relazione? A parte la funzione decorativa cui essa assolve in tutti i soggetti umani, (e in modo esclusivo in alcuni di questi come modelle, direttori-managers, magistrati-superstar) penso che la testa funga principalmente all' esercizio delle funzioni di sopravvivenza: mangiare, respirare, guardare, udire, assentire, chinarsi. Serve poi a comunicare (ma solo a chi amiamo) quel che ci dice il cuore.

Singolare l' avventura dei sentimenti nella tarda Modernità

Con l'inizio della modernità (Cartesio) ma più decisamente tra la seconda metà dell' Ottocento e gli inizi del secolo, i sentimenti cominciarono a costituire territorio per la colonizzazione da parte della Scienza positivistica. Almeno come rappresentazione teorica, fu un pò la loro fine: genitori della Ragione, persero rispetto ad essa prima il primato e poi la stessa autonomia. Si trovarono a essere trattati come i suoi figli; per giunta, figli discoli. ( )

Vennero così affidati alle poco amorevoli cure delle scienze-carceriere: psicologia, psichiatria, psicanalisi e infine -la più tremenda perché di preferenza prende di mira i piccoli- la psicopedagogia. Le quattro megere accolsero i loro corrigendi con professionale distacco, li fecero stendere sul lettino (o sul divano, il che non cambia poi molto), li sezionarono per osservarli "oggettivamente". Fu la strage. Come negli orfanotrofi dell' Ottocento perirono quasi tutti e la maggioranza dei sopravvissuti porta ancora i segni dell' intervento "scientifico".

 

 

4. Comunicazione

 

Con la comunicazione entriamo ancor più nel cuore della dinamica relazionale pedagogica. Comunicazione significa "trasformazione insieme a"; ovvero che nella comunicazione si cambia e non cambiano solo i destinatari ma anche il suo primo autore. La trasformazione non avviene unilateralmente ma insieme; non é un'azione su qualcuno ma insieme a qualcuno, per arrivare tutti a una formazione innovativa del sapere. Comunicazione vuol dire far parte di un ambiente con-tessuto, la cui trama é stata costruita con altri.

Anche definire la comunicazione non é cosa semplice; vediamo intanto cosa la comunicazione -secondo chi scrive- non é.

-Non é passaggio di informazioni; tantomeno é un atto dissimulatamente esortativo con cui, con l'aria di far passare semplici informazioni, si manipolano i pensieri altrui.

-Non é chiacchiera, manifestazione inautentica di un soggetto che si maschera di fronte agli altri e talvolta anche a se stesso.

-Non può dare certezze sul piano della conoscenza scientifica

-Non é possibile se le parti non accettano di mettersi in discussione.

- -Non é espressione dell'heideggeriano Si anonimo (anonimia é insipienza, autonegazione, fuga dalla responsabilità, violenza vile); porta il segno e la firma dell'autore, il quale non si nasconde dietro i vari "si dice", "é noto" o, peggio, "la scienza afferma che......".

 

Nella comunicazione invece:

- E' autorizzato solo l'uso della prima persona, singolare o plurale.

- Ciò che in primo luogo si comunica, al di là dell'oggetto esplicitato, é la persona di chi comunica. Ciascuno di noi, di qualsiasi cosa parli, parla di sé, di chi é e di chi crede di essere, dichiarandosi autenticamente .

-Contro l'irresponsabilità della chiacchiera, la comunicazione é atto di parola, atto di com-partecipazione di una verità testimoniata personalmente da qualcuno che si presenta con il proprio volto.

- La comunicazione si rivolge ai diretti interessati, non "parla a nuora perché suocera intenda", non gioca di sponda, non attua intenzionali sfumature di ambiguità.

- Chi comunica, e ha capito che non può primariamente comunicare che se stesso, deve anche capire di non conoscere il se stesso che comunica, ma solo quello che immagina.

 

In positivo

- Si parla -da soggetti quali ci immaginiamo di essere- a un soggetto sempre in qualche misura immaginario, usando i codici linguistici dell' Altro, termine globale di ogni intenzione relazionale. (Lacan) A volte l'immaginazione dell' Altro-individuo e la nostra si incontrano.

- Parlare a qualcuno é parlare qualcuno , penetrare con la parola nel suo mondo (che é essenzialmentre un mondo linguistico) e alterarlo, renderlo altro da ciò che era. Ma, in omaggio necessario al principio di reciprocità, é anche accettare di esserne parlati sulla base di linguaggi e valori convenuti e non convenuti, di tutti quelli che comunque fan parte dell'universo ideale di riferimento dei soggetti in comunicazione.

- Entrare in comunicazione é entrare in trans-formazione, assumere una nuova forma passando attraverso i territori della conoscenza e del vissuto di coloro con cui si viene in relazione. Dopo ogni reale atto di comunicazione non si é più gli stessi; ogni comunicazione autentica vede morire una parte di noi e un'altra nascere.

- La relazione procede dall'incertezza e tende alla certezza; normalmente non vi perviene mai e vi é per questo chi teorizza il carattere intrisecamente precario di ogni relazione. Pensiamo invece che il disegno fondamentale di alcune relazioni -quelle con i figli, ad esempio- rimanga sempre inalterato: qualsiasi cosa facciano saranno sempre al centro del nostro amore. Qualche fortunato poi troverà nella vita non solo esseri da amare e da cui essere amato ma l'Amore stesso, la gratuità illimitata, la Certezza senza fine, quel Volto unico intorno a cui si formerà una relazione assoluta, sciolta nella sua essenza da ogni rapporto con il mutare di tutti gli altri eventi.

 

5 .La relazione educativa

 

Ogni comunicazione educa, trae fuori dai limiti di ciò che si era e indica un punto, indeterminabile a priori e ignoto al maestro dichiarato o indichiarato come all'allieva, che costituirà l'assetto futuro del soggetto in formazione. Una nota specifica della relazione educativa é -come riesplora Piero Bertolini- la sua intenzionalità, il suo conoscere una parte rilevante (ma non il tutto) dei luoghi in cui passerà il percorso educativo.

Questi luoghi sono nel pianeta della Cultura, ovvero nei territori costruiti dall'umanità nel corso dei millenni; attraversarli insieme ad altri é aiutare la formazione, in noi stessi come negli altri, dello Spirito come co-scienza dell'Intero, della relazione globale che connette l'individuo ai soggetti e alle cose d'ogni luogo e tempo. La relazione educativa pone in relazione il soggetto con i grandi spiriti, fa dialogare Lucia con Omero, Annalisa con i Vangeli; Michele (20 mesi) parla con una manciata terra, la traccia materiale dei miliardi di eventi che si sono succeduti prima di finire nelle sue mani e forse, se non stiamo attenti, nella sua bocca.

La relazione educativa dovrebbe anche, ove possibile, porre il soggetto in relazione con la Natura; ma di questa non c'é rimasto molto e comunque non é accessibile se non attraverso le sofisticazioni scientifiche della nostra cultura, le finestre delle rare scuole di campagna sopravvissute alla razionalizzazione.

 

5. 1 Caratteri della relazione educativa scolastica

 

Contesto

Le pareti dell'aula, i segni appesi al muro della scolastica didascalia del mondo, i banchi, la loro disposizione la cattedra, il rumore delle altre aule, il rumore del mondo di fuori: ecco alcuni elementi che influiscono sulla relazione educativa, ne articolano il vissuto spaziale. Noi siamo anche i luoghi che abitiamo, interiorizziamo i relativi suggerimenti espliciti e impliciti, seguiamo talora senza rendercene conto le tracce della didattica ambientale.

 

Durata

Una relazione educativa efficace deve durare qualche anno: lo sanno i genitori che chiedono la continuità degli insegnanti, lo sanno -ma son costretti a passarci sopra- anche coloro che dopo un anno chiedono il trasferimento ad altra sede. E' però bene che non duri troppo tempo: se l'insegnante é bravo, potrebbe svilupparsi una eccessiva dipendenza; se non lo é, é meglio perderlo prima possibile.

 

Sospendibilità

La saggezza degli antichi ministri della pubblica istruzione aveva previsto lunghe vacanze estive. Pare che non possa più essere così e che le ferie scolastiche non dureranno più tanto. Agisce in questa tendenza un'illusione: quella derivante dalla fede nella proporzionalità fra tempo passato a scuola e volume degli apprendimenti, fra tempo e quantità di lavoro e risultati. Invece, anche in questo caso, quel che l'alunno impara dipende dal soffio dello spirito.

 

Governabilità

Un rapporto può essere controllato. Una relazione non si governa; é essa che governa noi. La relazione scolastica autentica é guidata dal soggetto trascendentale, dal non-solo-io e non-solo-noi che ne é il vero protagonista. Uno dei motivi per cui in genere la programmazione non funziona é nella pretesa di governare unilateralmente il futuro della relazione nel suo viaggio attraverso la vicenda intersoggettiva e disciplinare.

Se eticamente non condividiamo il governo programmatorio della relazione, riconosciamo però che questa va orientata: non le vanno imposti obiettivi ma le va offerta una méta, un riferimento lontano e non molto definito ma di alto valore intellettuale e affettivo che dia significato ulteriore allo stesso essere in relazione.

 

Godibilità

La relazione richiede che a stare insieme si provi piacere. Vi sono invece alunni che non amano la scuola o che hanno astio e disistima verso qualche docente; vi son docenti che frequentano le aule scolastiche per motivi puramente economici (oh, infelici!) e strozzerebbero alcuni dei pargoli loro affidati. Accenniamo solo ai conflitti tra docenti o tra questi e direttori e presidi.

Quando va bene, l'astio o l'indifferenza si neutralizzano nel "rapporto professionale" nel gelo ostentato o nel formalistico rispetto del galateo. Ma, dentro, i malrelazionati (specie nei moduli) soffrono e la qualità della didattica ne risente negativamente.

 

Reciprocità

L'alunno ha il diritto di aspettarsi una relazione con chi insegna gratificante sia sul piano intellettuale che affettivo; adattandosi, anche l'insegnante può attendere qualcosa di positivo dal bambino. La scuola dev'essere un "luogo di vita" (v.Orientamenti '91) in cui esiste da ambo le parti la possibilità di donare e di ricevere, da nessuna quella di pretendere.

 

Asimmetria

Nessuna relazione é mai del tutto simmetrica: c'é sempre chi é più solido, più forte, più ricco ,più vecchio, più giovane, più colto, più....... Ma la relazione educativa scolastica asimmetrica lo é programmaticamente, prevede dall'inizio che un soggetto più maturo ed esperto guidi un altro all'attuazione di tutte le sue potenzialità. ( v.Vanna Iori, Bibl.)

 

Fiducia

Noi siamo (anche) quello che altri ha avuto fiducia che diventassimo; il nostro divenire porta di solito a compimento il compito affidatoci da chi ci vuol bene. Per questo il dirigente nutrirà fiducia nell'insegnante e questi nell'allievo; per ciò é indispensabilé che lo scolaro abbia fiducia nel maestro e il maestro nel direttore. Essendone ricambiati. Fiducia significa confidenza nel fatto che dall'altro non ci si può attendere nulla di male e qualcosa di buono; vuol dire fare e mantenere una continua, positiva profezia sul futuro della relazione.

 

Linearità

Le relazioni non son mai del tutto lineari; sono spesso ricche di contraddizioni e di incoerenze dovute alla complessità delle persone e degli ambienti, alle vicende esterne che potentemente influiscono. La non linearità é peraltro da considerare positivamente; porta elementi nuovi e garantisce contro la noia.

La relazione scolastica ha però qualche maggior obbligo di linearità: si tratta di aiutare i soggetti in formazione a trovare le linee, i tratti di connessione che fanno l'unità della visione e permettono un raccordo organico con la totalità dell'interno e dell'esterno: relazioni lineari per aiutare a disegnare le linee di un'immagine coerente del mondo.

 

Termine

La relazione educativa che inizia nelle scuole non termina mai; in forma diversa a seconda dell'intensità e della durata continuerà per tutta la vita. Ciascuno di noi porterà dentro per sempre le parole dei maestri che hanno parlato alla sua mente e alla sua anima come, peraltro, la freddezza dei docenti che non hanno mai saputo parlargli o la cattiveria di chi non aveva che la scuola per rifarsi del gelo o delle frustrazioni del resto della sua esistenza.

 

 

6. Conclusione

 

L'insegnante e il dirigente scolastico si rendano conto della difficoltà di interpretare la complessità della relazione, rinuncino a governarla, cerchino di contribuire con levità all'auto-orientamento dei soggetti in educazione, categoria entro cui sapranno iscrivere anche se stessi.

 

 

  

Bibliografia

 

G.Gentile "Teoria generale dello spirito come atto puro" ora in G.Gentile "Opere filosofiche", Garzanti, '91

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D.W.Winnicott "Sviluppoaffettivo e ambiente", Armando, '70

C. Rogers "Gruppi d'incontro" Astrolabio '76

N.Elias "la società degli individui" Il Mulino '90

Ph. Meirieu "Lavoro di gruppo e apprendimenti individuali" La Nuova Italia '90

F.Ravaglioli "Fisionomia dell'istruzione attuale" Armando, '87

M. Contini "Per una pedagogia delle emozioni" La Nuova Italia '92

P.Bertolini " L'esistere pedagogico" La Nuova Italia, '90 2.a

M.Dallari "Lo specchio e l'altro" La Nuova Italia, '92

AAVV Autonomia e dipendenza nel processo formativo" La Nuova Italia '90

D.Fontana "Il controllo della classe" Armando, '92

Vanna Iori "Essere per l'educazione" La Nuova Italia, '88 U.Galimberti "Dizionario di psicologia" UTET, '93

Boudon-Bourricaud "Dizionario critico di Sociologia" Armando '93