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Riflessioni
sull’orientare nel tempo dell’ipercomplessità
di A. Melucci
Si
può orientare quando non c’è più un Oriente, intendendo per
Oriente una massa intenzionale che offra una ragionevole affidabilità
di tracce e di "finestre" sul futuro? Si può orientare
stando dentro un Occidente pervasivo di tutto il mondo, che sta
inglobando nel suo Nulla fatto di Tecnica (E.Severino) la totalità
dei futuri possibili? Il compito come si vede è arduo eppure, pur
nella consapevolezza dei miei limiti, voglio provarmi ugualmente ad
"orientare l’orientamento".Io credo che sia importante
che ogni attività di ricerca - e O.R.M.E
è anche e soprattutto
un’attività di ricerca, targata DIRELEM-MPI, sull’orientamento-
pensi alle fondazioni. Questo aspetto della riflessione è
essenziale ad ogni tipo di progettualità, compresa quella in
questione.
Riguarda piani
dinamici e mutevoli di sostegno all’elaborazione culturale,
pedagogica, didattica ed organizzativa.
Per costruire un rigoroso progetto di ricerca, ritengo sia importante
esplicitare i presupposti culturali di riferimento.
Dunque, in questo caso, si tratta di riflettere, di ragionare, di
assumere delle posizioni riguardo al significato di orientamento.
Che cosa può significare "orientare" nel nostro tempo,
nel tempo della iper-complessità e dei conflitti economici su base
etnica, nel tempo della pluralità e della contemporanea
globalizzazione omogeneizzatrice? Cosa tutto questo può
rappresentare nella fattispecie per la Scuola dell’Infanzia e la
Scuola Elementare?
Certamente si può tentare di assumere un concetto di
orientamento-base analogo in tutti gli ordini di scuola, ma
ovviamente ogni ordine di scuola lo declina e lo curva in relazione
ai bambini con cui ha a che fare.Ritengo questo un interrogativo
fondante ed essenziale in un processo rigoroso di ricerca e di
proposta di costruzione progettuale. Cercare di interrogarsi e
sforzarsi di assumere delle risposte è il senso del lavoro che
abbiamo svolto ieri sulla base delle indicazioni di Maniaci, Cataldi
e Dallari, che stiamo continuando oggi e che dovremmo forse condurre
quotidianamente. Interrogarsi, riuscire a individuare delle
possibili risposte intorno al senso
dell’orientare nel nostro tempo e nella scuola che va dai tre agli
undici anni credo che sia importante se porta a configurare delle
idee portanti, che consentano scelte fondate, delimitino il campo
senza recintarlo e conferiscano, appunto, sensatezza
al procedere.
Tutti gli ordini di scuola dovrebbero ripensare le loro linee
culturali, pedagogiche e didattiche anche in funzione
dell’orientamento, rendendosi conto che orientare nel nostro tempo
è difficile perché viviamo in un frangente che si caratterizza per
l’alto tasso di incertezza di ogni disegno a largo raggio e per le
forti difficoltà che incontra ogni programma o quasi programma
globale di natura non economica. Questo non significa, naturalmente,
impotenza, rassegnazione o sfiducia: si tratta invece di
interpretare ciò che sta succedendo ed assumere delle scelte.
A mio parere, in tempi di elevata complessità, la capacità di
governo degli eventi e di orientamento dei soggetti da parte delle
istituzioni economicamente poco rilevanti scende progressivamente.
Nella stagione tardo-moderna sta mutando l’atteggiamento verso il
mondo e forse il valore degli effetti dell’azione umana prevale
sul valore dell’essere persona: impera l’ideologia
del risultato immediato
e verificabile.
Condivido un’analisi molto interessante svolta da Remo Bodei,
riguardo l’abbassamento dell’orizzonte delle attese: domina
un’unica dimensione temporale, che è il presente; è difficile
avere una visione proiettata verso il futuro: esiste una sorta di
ipertrofia del presente, una difficoltà a mettere insieme e a
congiungere i fili del tempo.
Credo inoltre che un altro dato fondamentale che caratterizza il
nostro tempo e su cui la scuola comincia ad interrogarsi sia
individuabile nel fenomeno per cui, accanto al sapere testuale,
accanto ai libri, su cui noi - appartenenti al vecchio mondo- ci
siamo formati, acquista sempre più rilevanza un sapere virtuale che
sta fortemente modificando l’assetto categoriale (le categorie di
spazio, tempo, fine, causa) entro cui la nostra visione del mondo si
è costruita da millenni. (1)
Siamo in presenza di un nuovo modo di costituire il sapere, di
comunicarlo; viviamo anche la crisi del passaggio verso una società
a tecnologia avanzata, in cui l’impiego delle macchine sarà
sempre più diffuso e massiccio e dove diventa sempre più arduo
capire e condividere quali siano i valori di permanenza.
Penso che le scienza dell’educazione, ovvero la pedagogia vincendo
la tentazione di un facile successo didatticistico od
organizzativistico- non possa non porsi domande di tipo filosofico,
ossia:
nella stagione della pluralità, c’è l’Oriente? E’ uno solo o
ce ne sono molti? (2)
Orientare è un verbo suggestivo, ma di aspro accesso perché gli
Orienti sono molti. Forse l’Orientamento non può essere univoco,
tanto meno specialistico,circoscritto. C’è un tale accentuarsi di
imprevedibilità, da portare a un rapido mutamento delle culture e
delle professionalità ad arco ristretto.
Inoltre, in tutti i fenomeni sociali in cui entra la persona - e in
questo caso, in tenera età - non è possibile fare previsioni
precise, e questo è di particolare rilevanza nell’orientamento.
Qui c’è un moltiplicarsi della complessità, c’è una
complessità all’ennesima potenza: c’è la complessità e
l’imprevedibilità del soggetto da orientare e c’è la
complessità e l’imprevedibilità della società verso cui
dobbiamo orientarlo. E’ tutto difficilmente prevedibile, anche a
breve termine. Ribadisco: tutto ciò comporta che non possiamo dare
indicazioni troppo specifiche, considerata l’alta imprevedibilità
di soglia sia dei soggetti, sia dell’ambiente in cui questi
vivranno e, auspicabilmente, lavoreranno.
Credo sia stato opportunamente sottolineato che l’orientamento
partecipa alla generale funzione educativa, sia in modo esplicito
che implicito. Tutta l’azione educativa in quanto tale non può
che essere orientativa: educare è orientare, perché conferisce,
insieme alla forma, anche l’intenzionalità
alla nostra visione del
mondo sul piano intellettuale, morale, relazionale. Si orienta con
la scelta degli argomenti (non è indifferente scegliere un
argomento anziché un altro perché si focalizzano certi aspetti e
non altri); si orienta con il modo in cui i contenuti vengono
comunicati; si orienta nell’organizzazione degli spazi (la Scuola
Materna ha in tal senso un ricco patrimonio) . C’è un linguaggio
degli spazi; lo spazio non è mai neutro e ogni modulo organizzativo
insegna, nel modo di relazionarsi dei soggetti, nel modo di
valutare.
Orientamento ha, e non può non avere, un’accezione di carattere
generale, che non significa generico o indifferenziato. Posto ciò,
occorre indubbiamente individuare alcune, poche, fondamentali,
essenziali finalità di fondo che possono avere un carattere
maggiormente orientativo rispetto ad altre, che possono avere una
maggiore caratterizzazione riguardo ad un nostro maggiore impegno
nell’azione educativo/orientativa. Non che questo sia compito
agevole, poiché richiamare le intenzionalità di fondo significa
richiamare la questione
valoriale.
Io credo che dobbiamo porci questo problema: da un lato
l’orientamento partecipa alla generale funzione educativa e
formativa, dall’altro non
possiamo rischiare che il concetto sia talmente indifferenziato da
risultare evanescente.
Bisogna, in tempi di ipercomplessità, avere uno sguardo generale e,
nel contempo, avere uno sguardo vicino, essere cioè un po’
plurivedenti.
Per vedere su diverse distanze, occorre puntare all’essenziale.
Credo che un principio fondamentale di economia qualitativa sia
quello di riuscire a cogliere l’essenziale, ciò che conta, e
credo che questo sia anche uno dei modi per riuscire a muoversi
sufficientemente a proprio agio nell’ipercomplessità, senza
semplificarla, senza ridurla. In questo senso non seguo Luhman che,
come sapete, propone di ridurre la complessità. Penso che la
complessità non sia riducibile e che occorra imparare, piuttosto, a
muoversi in essa. E uno dei modi significativi per muoversi in essa
può essere quello di riuscire a puntare all'essenziale.
Allora, orientare può significare indicare un senso all'autodirigersi
del soggetto, suggerire plurali indicazioni di senso. Fare opera di
orientamento può voler dire aiutare ciascuno e tutti a formare
solide doti di fondo, senso dell'autonomia, elevata competenza
generale; aiutare a possedere forme interiori, culturali e morali,
capaci di incontrare quelle del mondo senza soggiacervi, elaborando
pensieri, idee e discorsi su situazioni e problemi che magari non si
conoscono in dettaglio. Credo che questa sia un'altra prospettiva di
lavoro, fondamentale nel nostro tempo.
Orientare dunque, anche attraverso il comunicare saperi essenziali,
ove qui, a mio parere, l'essenziale non ha niente a che vedere con
il minimo: sono cose ben diverse, perché l'essenziale contiene il
nucleo generativo del sapere, riuscendo a sviluppare il sapere
stesso. L'essenziale, inoltre, è destinato a crescere, a differenza
del minimo. Conoscenze, competenze, tavole valoriali consentono al
soggetto di muoversi autonomamente (seguendo Kant, con autonomia
intellettuale, morale ed estetica).
Orientare è aiutare ad acquisire
consapevolezza prospettica di sé nella relazione culturale;
mi piace sottolineare questo concetto, altrimenti si rischia di
scadere in un banale e superficiale psicologismo. Il nostro compito
è quello di aiutare l'autoconsapevolezza di sé a partire dai tre
anni in avanti, attraverso
la cultura, attraverso l'incontro con le forme culturali, attraverso l'incontro
con il sapere.
La cultura è anche e soprattutto rilettura di sé attraverso i
testi, attraverso il nostro patrimonio culturale, attraverso le
antiche/nuove forme con cui la cultura comincia ad essere costruita
e ad essere comunicata. E', dunque, autoconsapevolezza che si matura
nella relazione culturale attraverso il possesso di saperi che
consentano di conoscere, interpretare, agire e trasformare.
Orientare ha a che fare con la ricerca delle peculiarità
soggettuali, dei modi con cui ciascun soggetto si avvicina ai
fenomeni, alle cose, ai problemi. Prevede percorsi comuni ed altri
differenziati; prevede costruzioni di biografie e di autobiografie.
A partire dalle indicazioni fondazionali di Piero Bertolini (3) , la
Scuola dell'Infanzia, in questi anni, si è molto impegnata in
questo senso, anche sulla scia delle ricerche sia di Marco Dallari
che di Duccio Demetrio, il teorico dell’autobiografia a tutti noi
molto noto. Credo che l'idea della autobiografia sia importante
nella costruzione dell'identità personale, perché noi possiamo
narrarci, innanzitutto a noi stessi e anche agli altri, attraverso
il racconto, ed è una costruzione della storia di sé e della
propria terra.
Conoscenza di sé, dunque, attraverso le forme culturali;
l’identità profonda di un soggetto si matura passando attraverso
i campi dell’esperienza scientifica e poetica del mondo.
Riflessione
costante sull'esperienza: penso
che questa indicazione di lavoro sia utile perché aiutare i bambini
- fin dai tre anni - a riflettere in modo sistematico su ciò che
vivono e sulle motivazioni dei vissuti, significa abituarli a capire
il senso dell’ esperienza scolastica. Presumibilmente, si
abitueranno a riflettere sul senso della loro esistenza.
Attivazione
del pensiero retrospettivo e prospettico: il primo è alla base della nostra identità. Dunque, memoria e
progettualità, memoria-ricordo e apertura al futuro. Credo che si
possa considerare "disorientato" quel soggetto a rischio -
senza confondere chi è davvero disperso da chi sta cercando una
propria strada- che non è riuscito a costruirsi una gerarchia
valoriale di riferimento, chi non possiede una solidità interiore
tale da porlo nella condizione di effettuare delle scelte
costruttive. L'autoconsapevolezza può diventare progetto, ossia
l'apertura verso inedite possibilità formative.
Progetto come projectum,
come tensione, gettarsi in avanti, impegno; ogni progetto nasce da
aspettative, da desideri, da qualcosa che chiama e che ci fa muovere
verso orizzonti auspicabili, immaginabili, desiderabili.
Il progetto è teso a costruire significati esistenziali e
culturali. Se il pensiero non va alla ricerca di significati si
spegne. Progettare, in quest'accezione, è termine di significato
affine ai concetti di orientamento e di esistenza, perché condivide
con essi l' "andare verso": orientare, come vivere e come
progettare, non è stare lì, ma è muoversi, fare esodo; è un
andare sorretto da idee, da valori, dal desiderio di esperienza
(attraversamento). Credo che sia questo l'elemento fondazionale
dell’educare nel nostro tempo: il progetto - come l'orientamento,
la nostra vita, l'esistere stesso - è un andare verso qualcosa che
ci attira perché parla autenticamente
al nostro mondo intellettuale e affettivo. (4)
Il concetto di senso è un concetto heideggeriano ma non è solo un
concetto filosofico, appartiene anche ad altre forme di sapere. Io
articolo il mio discorso entro l'orizzonte filosofico ermeneutico;
tra le varie definizioni di senso, Heidegger ce ne offre una, a mio
parere particolarmente significativa: senso come ciò per cui vale
la pena impegnarsi, ciò per cui noi sentiamo che vale la pena
esprimere il nostro impegno e che perciò ci fa muovere.
Nel progettare e realizzare esperienze di orientamento la Scuola
Materna e la Scuola Elementare non sono sole, ma cercano di
dialogare con la famiglia innanzitutto (lo hanno sempre fatto e
continuano a farlo), con le risorse del territorio, con la Scuola
Media e con gli altri soggetti interessati. Il dialogo tra i vari
soggetti avviene in relazione alle finalità formative della scuola,
ovvero alla crescita culturale di tutti e di ciascuno per realizzare
al meglio i propri compiti, tendendo ad acquisire, fin dalle prime
età della vita, criticità, conquista dell'autonomia. E’
quest’ultima una delle più alte finalità, previste dagli
Orientamenti del 1991, di altissimo spessore culturale, pedagogico e
di impegno civile. Come fine dell’educazione, l’autonomia
riguarda non solo la Scuola Materna, poiché non possiamo pensare di
aver formato, all'età di cinque anni, un soggetto autonomo; esiste
tuttavia una linea di orientamento in questa direzione che riguarda,
a vario titolo, i diversi ordini di scuola e la nostra vita . E' un
impegno verso la responsabilità affettiva e cognitiva, tale da
porre il soggetto nella condizione di vivere il cambiamento.
Affinchè
le esperienze non diventino oblio, è necessario documentarle.
La memoria, la comprensione del passato e anche il documentare come
forma del comprendere sono indispensabili per orientare il presente
e il futuro. La documentazione non è solo memoria, ricordo, sguardo
retrospettivo, ma è anche utile per orientare il futuro. Fare opera
di documentazione significa contribuire a orientare il disegno
futuro degli eventi. Il termine documentare deriva etimologicamente
da docere, che vuol dire insegnare. La scuola che documenta, dunque,
insegna.
I gruppi di ricerca, di progetto, di pensiero e di produzione di
materiale - quindi le scuole impegnate nel progetto O.R.M.E. -
dialogano innanzi tutto con se stesse, riflettono sulla loro identità,
sul loro passato e sul loro progetto; dialogano con le altre scuole
presenti nel territorio, con i centri di ricerca, con l'Università;
usano in forma consapevole le nuove forme di comunicazione del
sapere e le nuove tecnologie. Ritengo quest’ultimo un aspetto
imprescindibile e fondamentale con cui confrontarsi, assumendo non
soltanto competenze strumentali e tecniche, ma anche padronanze
concettuali che consentano di affrontare con piena consapevolezza
questi nuovi modi di comunicare .Si valorizzi l'esistente, come si
è sempre fatto e come si continuerà a fare; si stabiliscano
relazioni con altre scuole per un "esistere pedagogico" da
protagonista, affinché la scuola "autonoma" non sia
un’azienda qualsiasi ma un soggetto elaboratore di pensiero, di
progettualità, di azione. Sogno (ma in molti casi già riconosco
nell’esistente) una scuola che elabora insieme ad altri
orientamenti culturali per prospettive esistenziali.
.
Note
1)
Agostina Melucci "La lettura nell’età
dell’informatica" pp. 13-47 in AAVV
"Leggere/ascoltare", pubblicazione a cura del MPI,
Messina, Siciliano Editore, 1998
(2) Orientare
è un verbo suggestivo. Io spesso richiamo il testo pedagogico
nazionale di riferimento per la Scuola Materna, gli Orientamenti del
1991. Da sempre noi abbiamo avuto degli Orientamenti piuttosto che
dei Programmi, e qui non mi dilungo sulla polemica - a tutti noi ben
nota - sulla differenza tra i due tipi di significato. Preferisco
"Orientamenti", in quanto linee da interpretare, piuttosto
che da applicare.
3) Piero
Bertolini "L'esistere pedagogico" La Nuova Italia, '9O 2.a
4) E’ forse questo il significato principale dell’impegno del
gruppo (principalmente Gabriele Boselli, Marina Seganti e la
scrivente) che a metà degli anni ottanta teorizzò lo scenario
pedagogico della Postprogrammazione. Leggasi ora di G.Boselli "Postprogrammazione",
La Nuova Italia editrice in Firenze, 1999 II ed. I rist.
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