L'editoriale
La situazione del personale scolastico: 
autonomia sì, ma la libertà?

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La situazione del personale scolastico: autonomia sì; ma la libertà ?

di Gabriele Boselli


Da sempre, ma forse non per sempre, lo studioso, l'insegnante e il dirigente scolastico hanno avuto come diritti, teoricamente non solo riconosciuti ma anche dichiarati condizione necessaria del loro esser tali, la libertà della scienza e la libertà di insegnamento. La prima libertà perché il sapere non è tale se non è libero, la seconda perché in-segnare è lasciare un segno di sé, non dell'anonima volontà di potenza del Sistema. Non abbiamo che noi stessi da offrire; se questo ci viene impedito.....
La libertà della scienza (poter senza vincoli fare ricerca e diffonderne i risultati) e la libertà di insegnamento (indicare ai giovani le vie della conoscenza) hanno in realtà -tranne un recente breve periodo che sta per chiudersi- sempre avuto vita difficile, sia nel settore privato che in quello pubblico: nel settore privato gli interessi della proprietà hanno quasi sempre costituito un limite insuperabile; in quello pubblico le norme della burocrazia o dei suoi sacerdoti hanno a volte legato con varia efficacia i maestri più valorosi. Ma raramente, almeno negli ultimi trent'anni di storia.
Ora le cose stanno cambiando, la libertà è vista con fastidio, si inventa un'autonomia senza libertà, non a. intellettuale e morale ma meramente esecutiva. Temo che l'autonomia vera, quella dello spirito, stia non davanti a noi ma alle nostre spalle. Per gli spiriti liberi ci sarà da soffrire.

Sullo stato di libertà della scienza

La grande recessione culturale che ha colpito l' Occidente e con l'Occidente il resto del mondo sta facendo sì che la cultura delle masse di lavoro intellettuale venga orientata secondo discorsi di corto respiro, dallo spazio etico-politico ristretto, privi di storia e di un futuro che non sia essenzialmente clonazione degli aspetti più "funzionali" del presente. Perdita della memoria, restringimento della prospettiva, incapacità di attesa e di utopia portano a una razionalistica riduzione/cancellazione dell' intelligenza non funzionale al successo immediato.
E' oggi la ragion tecnica -che si fregia di non render conto ad alcun' altra forma di pensiero- a consegnare ai suoi chierici la facoltà di disporre dell' esistenza altrui (salvo poi esserne spesso travolta) attuando una forma di potere. Potere che non solo coarta la vita e qualche volta anche la morte ma pure pretende di farlo a buon diritto, avendo dalla sua la Ragione. Managers, ingegneri, magistrati, medici, rari insegnanti integrati nel paradigma coperto del "sapere per dominare" anche se estranei alla sua produzione teorica non impongono esplicitamente la loro volontà in nome proprio ma in nome di saperi "neutri", "certi", "oggettivi" , interpretati sempre più spesso in un campo etico assai ristretto. (1)
Questi saperi, astratti rispetto al cliente ma assai concreti per il loro grande utente professionale, dicono al soggetto debole nei suoi stati di potere e di conoscenza: "E' inutile che pensi, specie criticamente. Non é funzionale, non é più "in". E' importante che tu sappia come fare per ottenere risultati , cioè che tu agisca come ti si prescrive e consegua quel che si vuole da te. Se ci servi bene sarai premiato; se non ne fossi capace, sapremmo come provvedere".
Nessuno, (o almeno nessun studioso/insegnante) vuole consapevolmente queste cose. Ma sono queste cose che vogliono tutti noi e inducono a un sapere di tipo strumentale, descrittivo, a campi ristretti ("delimitati") e dunque controllabili, utile -sia pur per un tempo limitato- al governo degli eventi. Il coinvolgimento nel vortice di polvere porta talora a sviluppare anche un mal dissimulato o del tutto aperto odio alle radici e al cielo e a contestare gli ammassi teorici di vasta estensione. I fini, i processi interpretativi, la gratuità vengon considerati generi di lusso, cose per aristocratici o per fannulloni.
I saperi strumentali avvolgono tutti in un linguaggio "tecnico" che conforma alla sua sintassi banale ogni possibile discorso.
Si hanno in tal modo codici ristretti per universi di significato delimitati e controllabili. Lessici definiti, cioè estinti, di una trionfante lingua morta, "ordinamento" della natura per mezzo della tecnica e della cultura attraverso la soppressione o l' integrazione delle diversità.
Dal lato "potente" del multidimensionale campo di conflitto ove é in gioco la configurazione del mondo, vedo volontà di potenza priva di senso del limite, emittenza incapace di ascolto, amministrazione di banalità. Da quello dei soggetti senza potere scorgo troppo spesso impotenza intellettuale, registrazione/esecuzione passiva, soggezione senza sofferenza a poteri senza ragioni di autorevolezza; oppure apatia o ancora esplosioni ribellistiche senza intelligenza né prospettive (2) .


Sullo stato di libertà nell'insegnamento

Va preliminarmente riconosciuto che nell'università e nella scuola di Stato degli ultimi trent'anni il livello di libertà conquistato dai docenti sia come studiosi che come operatori scolastici era stato notevole: credo siano ben pochi gli insegnanti e i dirigenti che debbano lamentare di aver ricevuto pressioni ingiustificatamente limitative.
Ma anche qui le cose stanno per cambiare: oggi si parla molto di autonomia (ovvero, fuor di retorica, il riallineamento funzionale della scuola) e poco di libertà del soggetto, di pensiero critico (si preferisce invece quello "utile"). Soprattutto si sta allestendo un nuovo potente e ricco apparato che dovrà stabilire il valore dei risultati e dei soggetti che lavorano nella scuola. Il potere di valutare è da sempre il tratto che separa il dominante dal dominato (3) .
Nel campo dell'educazione il vento illiberale si va facendo più forte e la sua potenza appare destinata ad aumentare nei prossimi anni, in relativa dipendenza da eventuali cambiamenti di regime politico. Gli interessi economici, che non sono informati a valori ma sono intenzionati a stabilirli, con modestissima disponibilità alla retroazione, operano attraverso le opportune macchine ideologiche (grande stampa e TV, sistemi informativi globali ovvero i grandi apparati didattici operanti 24 ore) una enorme pressione su tutti i settori del tessuto sociale e dunque anche sulla scuola (1). Questa pressione viene subìta dal sistema politico-amministrativo che trasforma l'ideologia e la metodica degli enti economici in normativa per la scuola e l'università di Stato .

Come in tutte le buone aziende ben organizzate, gli operatori scolastici -strategicamente schierati da provveditori tecnici e condotti sul campo da dirigenti managers- dovranno disporre e saranno valutati con adeguati strumenti a seconda delle conoscenze, dei valori e dei linguaggi che effettivamente servono (alla produzione) e preferibilmente di quelli soltanto, per non perdere tempo o guastarsi la forma "correttamente" quadrata della testa.
A mio parere nulla come lo strumento valutativo del personale, si presta alle esigenze di "formazione totale" ovvero di istruzione alla forma totalmente assimilabile ai modelli formali più funzionali all' apparato economico.
Si valuterà secondo non "dei" valori posti in discussione ma secondo "i" valori: quelli, indiscutibile, dei Signori del Pianeta, gli squali del Mercato Unico Mondiale (4).


L'insegnante è un interprete o un applicato?

La mentalità docimologica, perversamente coniugandosi con atteggiamenti burocratici, é volta a valutare un lavoro di applicazione:: secondo etimo, di piegamento a...; a una normativa di settore, a una legge etc. Il lavoro preso in considerazione positiva procede nella liturgia di linguaggi tecnici a ridottissimo spettro di significazione, in modo che ciascun soggetto veda e operi secondo quanto gli si chiede, sappia esattamente che cosa e come fare.
Io sono invece per un primato della traduzione (et. passaggio attraverso) mi sembra invece esprimere la messa a disposizione dello spazio interpretativo essendo lasciata a ogni interlocutore (riconosciuto -inter loquor- come soggetto costitutivo del discorso) la disponibilità del proprio linguaggio. Mantenendolo, e mantenendo con esso l'originalità della visione e dell' atteggiamento prassico, il soggetto passa attraverso ambienti o universi normativi, ne raccoglie i significati non dimettendo i suoi, é conciliato col mondo senza esservi in soggezione. Interloquisce, si immette nella relazione conservando il ricordo e l' attualità delle proprie fondazioni intellettuali, etiche ed estetiche. Non si interfaccia, non si riconforma stabilmente alle sorgenti preformate dell' esterno, anche se é capace di farlo per ottenere o produrre informazioni o risorse materiali.
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Primato dell' Organizzazione sul Soggetto

Coloro che considerano la scuola un' impresa come le altre, con limitate specificità, vi individuano un' organizzazione produttrice di servizi didattici forniti con efficacia ed efficienza a costi il più possibile bassi e comunque soggetti a contrattazione con il sistema. In questa prospettiva le scuole dovrebbero divenire istituzioni ad alto stress di competizione e fuori, comprese quelle statali, da ogni nicchia protettiva. I docenti inquadrati tutti da normative di diritto privato e valutati annualmente da organismi appositi, dovrebbero perdere le caratteristiche tradizionali di status e di ruolo e lasciarsele ridefinire dal Mercato.
Stigmatizzando l' autoreferenzialità si svalorizza l' autoresponsabilità; contestando la stabilità del posto di lavoro e inneggiando alla flessibilità si riduce la libertà e si pone il docente in condizione di forte dipendenza. Il valore dell' individuo, cardine della stessa civiltà liberale, é spesso disconosciuto: lo si chiama individualismo e lo si qualifica come possibile elemento di interferenza nelle dinamiche che veramente contano, quelle dell' Organizzazione.
E' allora "naturale" che mentre la scienza dell' educazione viene progressivamente confinata in un angolo della dimensione scolastica ( e la formazione generale dell' uomo affidata a scienze più "moderne" e affidabili come la psicologia o la sociologia o la medicina) la scienza dell' organizzazione, ovvero del potere sulle associazione d' uomini, viene con sempre maggior forza indicata come il vero luogo scientifico e progettuale della comprensione e della progettazione dei fatti educativi. Si ritiene che, non esistendo uno specifico pedagogico, quel che vale a incrementare la produttività in fabbrica possa valere anche nelle aule. La scuola é allora uno dei campi del management di sistema, di analisi del rapporto costi/benefici, di condizionamento degli operatori attraverso motivazioni estrinseche ( premi/sanzioni).

Conclusione

I rapporti tra il potere e la scienza, come quelli tra il potere e la cattedra non son mai stati facili, da Socrate in poi. Nell'età moderna era sembrato affermarsi un compromesso, per cui il potere si contentava di comandare lasciando la scienza agli studiosi e i valori e la cattedra ai maestri.
Ora questo compromesso, per l'immane pressione del Mercato unico mondiale, sta saltando e il potere (che é principalmente quello economico) chiede più duramente che mai agli scienziati e ai maestri di tradurre i loro valori in valute, di render conto del rapporto tra investimenti e risultati. Trova alla propria corte una particolare setta di tecnici -i docimologi- pronta a descrivere, misurare e comparare oggettivamente ìl prodotto scolastico e i relativi produttori; con buona pace della libertà della scienza e dell'insegnamento.
Si va propagandando nelle scuole un tipo di autonomia molto particolare, che in realtà mi par tradursi in un aumento di dipendenza: gli istituti sono dichiarati autonomi per esser nel contempo seppelliti sotto una valanga di circolari, di gruppi di monitoraggio (ovvero di controllo), nuclei di sostegno (a un personale scolastico evidentemente ritenuto fitto di handicappati). Soprattutto, il potere centrale ora riesce a far passare quello che vuole agendo attraverso la leva dei finanziamenti: alla scuola è data solo una base minima, il resto si ha solo se si fa quel che si vuole "colà ove si puote". Per giunta insegnati e dirigenti più "bravi" (ovvero allineati e servili) saranno premiati con la collocazione in differenti fasce retributive, gli altri lasciati con lo stipendio base o, se proprio rompono, al limite licenziati.
Queste pagine potranno apparire piuttosto dure ma non possono recare fastidio reale poiché rappresentano solo espressioni deboli di un sapere esule in terra propria, discorsi di una scienza e di una cattedra pure, ovvero disinteressate. Non potranno cambiare la situazione ma sarebbe già un buon premio per chi le ha scritte se potessero servire a qualcuno per comprenderla.



* Ispettore MPI, professore incaricato di Filosofia dell'educazione presso l'università di Urbino

(1) Fabrizio Ravaglioli data già a partire dalla fine degli anni settanta l'origine, sul piano internazionale, dell' integralismo privatistico e il principio della fine di quell' idea per cui la scuola veniva concepita come il luogo di costruzione di opportunità non selvaggiamente differenziate secondo il censo: " ....si rinuncia all' idea della giustizia sociale, si spinge il sistema scolastico nella logica del mercato, si sacrifica l'ideale della uguaglianza."
Cit. da F. Ravaglioli "L'ascesa dei professionisti della cultura negli anni settanta" in Studi di storia dell'educazione" n.1/92.

(2) Sotto la pressione, da un lato, delle effettive, innegabili, spesso autentiche esigenze di governo di sistemi in sovraccarico tensionale e dall' altro di una richiesta di sicurezza, le scienze vengono promosse e vissute come tecnologie quando non direttamente identificate con il prodotto tecnologico. La pratica regionale viene assemblata sotto i vessilli di neoformazioni disciplinari o solcata da pik up microteorici "autonomi", miniteorie vertenti su fazzoletti di campo. Dalla crisi delle "grandi narrazioni" al puro balbettio alla provincia scientifica, alla chiacchiera di vicinato, al dialetto epistemico. Dal latino al dialetto tecnico. Dalla lingua al gergo.
Le tradizioni scientifiche di lungo periodo son vissute come remore e spesso apertamente disconosciute.
Le scienze -anche quando come l' ingegneria genetica sarebbero suscettibili di aperture rivoluzionarie dell' intelligenza umana- sono divenute espressioni interessate di apparati ove dominano istanze di ordine economico, ove la pressante esigenza di un ritorno (con interessi) degli investimenti effettuati costringe a produrre comunque qualche risultato vendibile a breve termine.. Altre volte le scienze son volte al servizio di sistemi burocratico/accademici, si attuano come produzioni di macchine organizzative principalmente finalizzate alla sopravvivenza e al successo del gruppo e alla carriera dei suoi membri.

(3) Per giunta i Provveditorati, lungi dal morire, si stanno riconvertendo in organismi "tecnici" retti però dai soliti dirigenti amministrativi i quali, per vizio congenito, estenderanno la loro supremazia burocratica -attraverso lo strumento dei "comandati"- al campo culturale, pedagogico e didattico.

(4) Si fa riferimento anche ai "formatori" (agenti di formazione su commissione) di solito psicologi comportamentisti arruolati da padroni di aziende o assunti da scuole che vendono, spesso a caro prezzo, la possibilità di essere " formati" secondo le caratteristiche più gradite al Mercato. Questi "formatori" plasmano i malcapitati attraverso tecniche che non si limitano alla pura e sola parola, ma impiegano anche l'immagine, il suono, la coralità, l'azione, costruendo intorno all'ex soggetto (e dentro lo stesso) un ambiente ineludibile.


html a cura di Volfango Santinelli