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Oggettivare
la soggettività
di Gabriele Attilio Turci
I tempi presenti stanno fortemente imponendo,
nella scuola, come habitus filosofico e mentale, la richiesta di
puntare a metodiche di standardizzazione e controllo degli elementi
docimologici.
Le motivazioni sono le più disparate e non
sempre si muovono in maniera concertata: da una parte vi è
l'esigenza, tutta politica, di far apparire funzionale un sistema
che possa garantire a tutti eguaglianza d'opportunità, sia
nell'ambito delle scuole di stato sia in quello del settore privato
e clericale.
Che quest'esigenza finisca anche per coincidere con la copertura
delle politiche di finanziamento della scuola privata è malevola
supponenza ma, come diceva il vecchio "Belzebù" - ...a
pensar male ci s'indovina sempre...-!
Vi sono poi correnti di pensiero psico-pedagogico che supportano
l'intenzionalità a pervenire a forme sempre più coerenti di
controllo obiettivo del lavoro scolastico e che derivano, in buona
sostanza, la loro impostazione da una ricaduta delle ricerche svolte
a livello d'impresa, in particolare, e questo va fortemente
sottolineato, di grande impresa.
Si tratta degli studi e delle realizzazioni pratiche che derivano,
pochi lo sanno, da ricercatori giapponesi e datano ancora dagli anni
50.
Si pensa generalmente che il fenomeno sia americano, ma lo è solo
come volgarizzazione al ribasso e come utilizzazione sovente
perversa.
Se pensiamo al processo, tutto italiano e tutto schizofrenico, che
ha portato a modificare, in maniera sempre repentina e a guisa di
corsa su montagne russe, l'impianto docimologico nella scuola
italiana di base, abbiamo un esempio perfetto di come il potere
politico sia ampiamente scollegato dalla realtà che vuole dirigere.
Nella nostra tradizione scolastica abbiamo avuto ricercatori e
pionieri di non poco calibro. Il solco da costoro tracciato è stato
poi approfondito e allargato da un esercito di "badilanti"
che forse non sempre potevano aver chiaro dove il solco andava a
terminare, ma che ben sapevano tenere la pala in mano.
Tuttavia, questo è bene sottolinearlo, è mancata, nella scuola e
nell'università, una costante opera di revisione e ricerca
specifica e diffusa sul piano della docimologia.
Oso affermare, e stando in casa d'operatori scolastici che si
rifanno all'idealismo forse oso molto, che proprio la diffusa
impostazione idealistica della pedagogia italiana (Giovanni Gentile
e Giuseppe Lombardo Radice) ha probabilmente impedito il diffondersi
di una specifica ricerca intorno ai temi dell'oggettivazione della
qualità dell'insegnamento e della sua efficacia, lasciando che
questa fosse piuttosto imposta dall'esterno, magari da settori di
ricerca tradizionalmente legati al mondo del lavoro e della
produzione industriali.
Vi erano e vi sono ancora molte ragioni che impongono un momento di
riflessione, prima di procedere a qualunque discorso di ricerca
sulle presunte oggettivazioni dei processi didattici ed educativi:
queste ragioni, qui non posso che concordare, muovono in larga parte
da riflessioni di scuola idealista.
La centralità dell'alunno, "... Chi vuole intendere il maestro
nella sua azione educativa deve studiare lo scolaro. Lo scolaro è
il centro vivente della scuola." (Sommario di pedagogia come
scienza filosofica), l'affermazione della formazione come
autoformazione, le polemiche col positivismo per i rischi
d'introduzione di metodiche meccanicistiche e nozioniste sono
elementi portanti di una visione della scuola oggi universalmente
condivisa.
Non ritengo, tuttavia, che l'atto docimologico, inteso come
necessità di un giudizio sia assente anche nella scuola idealista.
Si pensi al concetto di "disciplina" in Lombardo Radice
intesa come " ...la formazione di una legge di vita, che si
genera nella coscienza del maestro e dell'alunno, nell'atto della
loro comunione che è educazione." (Lezioni di didattica).
Certo, questo giudizio non è sempre riassumibile in tabelle, anzi
per il Radice probabilmente neppure lo è o, se lo fosse, si pone
come gesto mutevole, perché "...la classe di un anno non è
quella d'un altro anno: mutano gli scolari e il maestro stesso muta,
perché gli uni e l'altro vivono e si trasformano; un alunno non è
un altro alunno, il medesimo alunno è in una situazione spirituale
sempre in nuovi modi: è la vita, così ricca." (L.R. ibidem)
Tutto ciò per affermare che senza questi pilastri, senza queste
fondamenta o per dirla in termini didattici, senza questi
prerequisiti, ogni approccio di ricerca docimologica è, a mio
parere fuorviante, porta lontano dai fini il processo educativo, lo
fa precipitare nelle secche della più angusta e fredda analisi di
laboratorio ma, attenzione, occorre evitare che si perda di vista la
necessità di coniugare giudizio e storia dove quest'ultima è
severa sintesi di percorsi, indicazioni, possibilità, attese.
Proprio però partendo anche da presupposti tipici della scuola
idealista possiamo pervenire alla ricerca di metodiche che mi par
giusto definire similmente ad un ossimoro: l'oggettivazione della
soggettività.
Forse si rammenterà la differenza posta dal Radice tra pedagogia e
pedagogismo e se da una parte certe sue riflessioni assai ci
potrebbero interrogare sulla politica scolastica d'oggi di larga
parte dei paesi industrializzati, compresa l'Italia, mi pare che
l'intendere la "...pedagogia come potenziamento (della
coscienza), come revisione critica..." o che il "maestro
impara e si forma continuamente maestro...mai indottrinato...",
o infine che " ...la cultura è cieca senza la pedagogia (come)
la pedagogia è vuota senza la cultura..." siano tutti elementi
che dovrebbero deporre a favore di un processo di costante
acculturazione, d'instancabile ricerca del miglior livello
qualitativo perché la scuola sia quella che "...senza pur
dirlo, suggerisca: - osserva, racconta, ragiona, ama! "(L.R
ibidem)
Ora perché deve allora spaventare l'idea di sviluppare metodiche
atte a migliorare la qualità del processo formativo? Perché non
capire che in fondo, usando un termine in voga, nella scuola il
management è il corpo docente stesso?
Nella filosofia della Qualità Totale d'ispirazione giapponese (Ishikawa)
il manager deve essere colui per il quale " mi butterei nel
fuoco", "di lui condivido le strategie aziendali, le
finalità produttive, ecc.".
Quanti docenti possono con serenità affermare che tale sentimento
essi nutrono per direttori didattici e presidi? Quanti possono
affermare che i loro ragazzi si butterebbero nel fuoco per loro?
Ora cosa richiede fondamentalmente il processo della Qualità
Totale, da cui poi discende inevitabilmente il discorso sulla
valutazione del processo educativo e degli stili d'apprendimento?
un'osservazione polemica: la riforma dei Cicli in corso parte dai
bisogni dell'utenza o ha altre urgenze e appetiti?
Perciun'osservazione polemica: la riforma dei Cicli in corso parte
dai bisogni dell'utenza o ha altre urgenze e appetiti?
Come in tutte le cose, fra il dire e il fare.... Le leggi economiche
del profitto, il continuo scemare del saggio tendenziale dello
stesso hanno, di fatto, modificato in molti paesi l'approccio alla
qualità totale, perdendo di vista gli originali contenuti
democratici e profondamente innovativi del processo industriale e
d'impresa.
Perciò quando la filosofia della QT viene accostata alla scuola
sovente si sollecitano fenomeni di repulsione o diffidenza nel corpo
insegnante. Spesso la ragione di ciò è da addursi, almeno io credo
sia ragionevole il pensarlo, proprio ad una dimensione puramente
ingegneristica e meccanicistica che pare avvolgere il processo
didattico ed educativo.
Non si coglie, tuttavia, una legittima richiesta che scaturisce sia
dal mondo del lavoro e dell'impresa che da quello dell'utenza in
generale: la scuola deve essere d'alto profilo perché in lei
fondamentalmente sono riposte le aspettative per il nostro futuro.
Si chiede alla scuola d'attrezzarsi perché non solo le nuove
generazioni vi apprendano competenze, ma, di più, perché tutta la
società, nel suo complesso, ne tragga valore e fattori di
maturazione.
Questo processo si "pretende", io credo giustamente, che
sia verificabile, cioè democraticamente comprensibile e che vi
possa essere un concorso d'idee e progettualità anche da parte
dell'utenza.
Mi rendo conto che tale dimensione è probabilmente ancora elitaria,
che troppo spirito di delega aleggia fra utenza e genitori della
stessa, ma attenzione ancora: proprio l'eccesso di delega carica di
rancorosa voglia di controllo l'ambito educativo.
Allora proviamo ad affrontare il problema da un'altra prospettiva e
ancora una volta chiediamo aiuto ad un altro pioniere, Francisco
Ferrer, uno dei più grandi innovatori della ricerca pedagogica,
oggi attualissimo, pur se sconosciuto ai più. Francisco Ferrer,
infatti, non è certamente studiato presso i Licei Pedagogici e le
Facoltà di Scienze dell'Educazione.
Le motivazioni sono solo ed esclusivamente di carattere politico.
Egli partiva da una critica radicale alla scuola quale allora (ma
non solo) era presente in Spagna e in Europa (primi del '900):
"...la scuola imprigiona i bambini fisicamente,
intellettualmente e moralmente, per dirigere lo sviluppo delle loro
facoltà nel senso voluto; li priva del contatto della natura per
poterli modellare a sua guisa....L'educazione significa oggi domare,
addestrare, e addomesticare... Si ha una sola idea molto precisa e
una volontà; far sì che i bambini siano abituati a obbedire, a
credere e a pensare secondo i dogmi sociali che ci reggono...non si
bada ad assecondare lo sviluppo spontaneo delle facoltà del
bambino, di lasciargli liberamente soddisfare i suoi bisogni fisici,
intellettuali e morali... lo ripeto la scuola non è che uno
strumento di dominazione nelle mani dei dirigenti..." (F.
Ferrer Y. Guardia: L'escola moderna).
L'insegnante per Ferrer non dovrebbe tanto insegnare quanto invitare
l'allievo a "scoprire una verità che sia un po' la sua
verità, per mezzo di un metodo che si perfezionerà a poco a
poco". (F.F.Y.G. ibidem)
Questo non rappresenta per nulla un ritrarsi del docente di fronte
al processo d'apprendimento ma piuttosto operare una vera conoscenza
degli allievi: " ....conoscere nei particolari ciascuno dei
discepoli (interessante l'uso di tale parola, vero?) ...soprattutto
nei piccoli particolari, perché le questioni di dettaglio che
sembrano più insignificanti sono di solito quelle che manifestano
meglio il carattere di un bambino, giacché l'educazione si compone
di sfumature molto delicate che si sovrappongono senza la minima
sfumatura... E' assolutamente necessario che l'osservazione
scrupolosa dell'insegnante si eserciti con la massima riserva
perché i bambini, quando si sentono osservati smettono di essere
sinceri".(F.F.Y.G. ibidem)
Gentile, Radice, Ferrer, storie diversissime, in due casi
emblematicamente drammatiche; sia Gentile che Ferrer sono uccisi, il
primo da gappisti fiorentini, il secondo dal Tribunale di Guerra
durante i fatti della "Semana Tragica" del 1909.
I primi, spiritualisti e figli dell'idealismo; positivista, ateo e
anarchico lo spagnolo. Di quest'ultimo non si può tacere la
sorprendente modernità d'impostazione pedagogica con una forte
attenzione ai contenuti didattici e alle competenze da sviluppare
che fanno delle sue scuole (circa 150 sedi nel 1908!) e del suo
metodo qualcosa di più della stessa esperienza tolstoiana di
Jasnaja Poljana.
Ora se già all'inizio del secolo ci si poneva seriamente il
problema di: " conoscere, formulare, applicare ..." forse
che identica preoccupazione e metodo di lavoro non debbono
sorreggerci oggi?
Certo, nelle scuole di Francisco Ferrer non potevano esistere premi
o castighi, né esami, né alcuna forma di valutazione, ma solo la
semplice registrazione dei progressi compiuti dagli allievi
nell'ottica di un'educazione e di un'istruzione permanente e
ricorrente, e scusate se è poco!
Oggi, dopo un secolo d'ulteriori sforzi di ricerca nel campo delle
scienze psicologiche e relazionali, esistono, a disposizione dei
docenti, metodi che facilitano simili processi d'insegnamento? Se il
mestiere del docente, squisito mix fra un ambito artigianale e
quello della prestazione professionale, vuole crescere in qualità e
consapevolezza, ci si può anche servire di tradizioni culturali e
fattori d'esperienza che possiamo mutuare dal campo delle imprese?
Corrono oggi parecchie ubriacature e quella della Q.T. può essere
una delle tante, questo non significa che il vino non sia buono.
Occorrono il discernimento e il gusto eclettico tipici del buon
artigiano.
Se l'insegnante non si sentirà legato a metodiche particolari
vissute come l'estremo confine tecnologico cui può pervenire, tutto
è possibile.
Sarà quindi inevitabile, in una simile cornice, accettare
consapevolmente di riconoscere che il giudizio sulle competenze e
sul processo educativo è sempre, in primo luogo, soggettivo.
La soggettività è tale perché dal singolo promana l'atto che
costituisce il racconto del sé sull'altro.
Portare alla luce questa soggettività è già renderla più piccola
e fragile. Gli strumenti, tuttavia, rimangono quelli classici:
verbalizzazione del vissuto coi colleghi, registrazione di note e
commenti significativi, tabulazione di percorsi, confronto fra
finalità prefissate e obiettivi raggiunti.
Come nella filosofia d'impresa, la classe si trasforma in una
fucina, non di bulloni ma di idee, dove la massa critica non è la
temperatura d'un altoforno, ma la capacità di far circolare idee,
sentimenti, emozioni.
Allora non ci stracceremo le vesti se, insieme ai nostri ragazzi,
cercheremo di individuare i possibili percorsi per un cammino
comune, se ne organizzeremo con rigore, amore e passione i criteri
di rappresentazione comprensibili da tutti: insegnanti, bambini,
genitori.
Così come ogni officina è diversa da un'altra per localizzazione,
addetti, clientela, così nel loro insieme tutte sono identiche
quanto a strumenti: un martello è sempre un martello, un oliatore
è sempre un oliatore.
Similmente un tabulato, una griglia, un diagramma ad albero svolgono
la loro identica funzione ovunque siano utilizzati. Il problema è
che, se il carrozziere non sa battere la lamiera, il martello da
solo nulla può e l'apprendista da un cattivo artigiano può solo
imparare, bene che vada, ad evadere le tasse.
Io credo che insieme, da qualunque scuola di pensiero oggi si
provenga, si debba provare a buttare nella scuola il massimo
d'energie e d'idee, senza paura di nessun confronto.
Certo a scuola non si coltivano cavolfiori né si fabbricano
bulloni, lì, sul campo o nell'officina i risultati si vedono prima
ed è più semplice porre rimedio agli errori ma non possiamo
nasconderci dietro l'alibi di un'eterna soggettività che ridurrebbe
l'atto dell'insegnare ad una monade imperscrutabile dall'esterno.
Se si riuscirà a spiccare questo salto mentale sarà anche più
semplice tenere sotto controllo tutti i tentativi che, questi sì,
(grazie ad anni di cattive scuole e ancor peggior studi)
"oggettivamente" vi sono, di intrusione nella scuola di
valori mercantili, competitivi, piramidali.
Un segnale di come tutto ciò stia già lievitando l'offre il
CORRIERE DELLA SERA dell'8 novembre 1999. In un articolo si parla di
mr. Chris Whittle, definito, lui sì, un "pioniere"
dell'innovazione scolastica.
Un nuovo seguace gentiliano? Un anarco-educatore alla Ferrer? Niente
di tutto questo: Chris Whittle è l'ideatore della TV per le scuole,
CNANNEL ONE. Più di 12.000 scuole americane che hanno stipulato
contratti con la rete, sono obbligate a mandare in onda, ogni
giorno, alla stessa ora, la trasmissione di Channel One nelle
classi. Il servizio dura 10 minuti di cui 2 di pubblicità.
Le scuole americane, anno dopo anno, dilatano i contratti
pubblicitari con le aziende in quanto mancano di fondi sufficienti
alla loro gestione. I docenti delle scuole italiane dovrebbero ben
riflettere su tutto ciò, particolarmente ora che un governo
"rinnovatore" ha, di fatto, abolito la gratuità della
scuola, cassando, con la nuova legge sull'autonomia, disposizioni
legislative e i commi che impedivano alle scuole il libero esercizio
della tassazione e della ricerca di sponsor.
Tutto questo si collega perfettamente con la questione della
docimologia: lo stesso mr. Whittle ha sviluppato un nuovo tipo di
contratto denominato Edison Project. Con tale accordo fra l'impresa
di Whittle e la scuola si predispongono programmi di studio, piani
tecnologici, sistema di gestione e l'impresa risponde alla comunità
dei risultati ottenuti.
Di fatto, la scuola pubblica viene a trovarsi così gestita da
un'azienda privata che la farà funzionare, ovviamente, secondo i
parametri aziendali in auge negli Stati Uniti.
Certamente, se volgiamo ancora lo sguardo a Francisco Ferrer,
scopriamo che le sue scuole erano autofinanziate, con liberi
contributi, dalla gente che se ne serviva. Per lui, anzi, era
fondamentale che lo stato non ficcasse il naso nei settori
dell'educazione dell'istruzione, ma siamo nella Spagna d'inizio
secolo, quando due terzi della popolazione erano analfabeti e solo
un terzo delle città aveva scuole per di più molto conservatrici e
sotto il controllo della chiesa cattolica e della burocrazia
statale. Costituire scuole d'indirizzo diverso in quella situazione
era come impugnare un fucile in mano.
In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, si riprese il filo di
sogni interrotti, di idealità che dal Risorgimento ancora
attendevano d'essere accolte. E' un fatto che nulla di questi sogni
e di quelle prospettive è stato realmente condotto sino in fondo ed
è lecito affermare che le attuali innovazioni, sotto il segno
dell'incostituzionale sussidiarietà per quanto concerne il campo
scolastico, sono un affossamento di quei sogni e di quei principi.
Allora torna importante riflettere sul fatto che "...la scuola
non deve essere tanto il modello perfetto di una nuova società
matura, quanto la sua promotrice..." (F. Codello A).
Ovviamente il ruolo dei docenti non può essere quello di
"travet". Dovrebbe crescere in loro una consapevolezza ed
una lucidità politica oggi, non nascondiamocelo, francamente
assenti nella maggioranza di loro.
A volte si ha veramente l'impressione che s'avverino le drammatiche
visioni d'Ivan Illich: che le scuole e le loro burocrazie puntino a
riprodurre e moltiplicare se stesse. Non si avverte la voglia di
protagonismo del corpo dei docenti. Esempi netti sono le labili
discussioni di carattere sindacale o la limitatissima produzione di
riflessione teorica sul proprio mestiere da parte di chi vi è
immerso in prima linea.
Qualora si attuasse una generale consapevolezza d'esternazione delle
proprie soggettività professionali, questa porterebbe,
inevitabilmente, a richiedere un controllo democratico su ogni atto
amministrativo che riguardi la scuola.
Chi oserà mettere se stesso in gioco di fronte a tutti pretenderà
poi che non dei capetti o caporioni orientino il suo lavoro ma che
uomini e donne, insieme con lui coinvolti, sappiano, unitariamente e
consapevolmente buttarsi nel fuoco di quest'avventura che non può
non mettere in campo e imporre operatori dotati di cornici di
riferimento culturali, nel senso di weltanschauung, e di prospettiva
politica.
Se non si metterà in gioco questo cambiamento, potrebbero
verificarsi due situazioni entrambe aberranti: la prima volgerebbe
il lavoro scolastico in un grigio burocratismo dove, bene che vada,
ciascuno punterebbe solo a salvaguardare il suo
"orticello", la seconda vedrebbe la scuola ridotta ad
agenzia di sollecitazione e orientamento dei consumatori, con un
crescente senso di frustrazione e di eterodirezione da parte dei
docenti.
In entrambi i casi, come acutamente scriveva Mario Lodi ne "Il
paese sbagliato", " ...ognuno tende a diventare il
secondino di se stesso...".
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