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Sulla
lingua e sulle lingue
di Gabriele Boselli
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4. Primo frammento orientale/occidentale sulla lingua: la perdita e
(forse) il ritrovamento dell'origine
La Luce -e con lei l'Universo- cominciò con la parola che la
chiamò all'esistere.
Parola e scuola sono nate insieme.
La prima parola fu d' indicazione, per il soggetto che la pronunciò
e per altri; dire é sempre stato dire a qualcuno, parlare all'Altro
che sta in noi o altrove. Le prime parole -quelle rivolte da Dio
all'Altro assoluto, il Nulla- insegnarono all'Universo a uscire
dall'inesistenza.
Il primo ritrovarsi di un maestro con i suoi alunni diede forma
nuova alla risposta a un appello formulato dall'Inizio del tempo,
quando gli eventi presero il via. Riprese con il primo Insegnamento
il processo interrotto di creazione del mondo.
Le scuole d'Israele insegnarono il Libro. E il Libro insegnò.
Ammaestrò sul Nome che comprende tutti i nomi, sulla Verità che
precede e fonda tutte le altre. L'Uomo abitò il Libro e il Libro
l'Uomo.
Da allora esistere é entrare e fuoriuscire dal libro, dal luogo di
tutti gli atti possibili, di tutti gli eventi che la Parola fa veri
conferendo loro un Nome.
Senza la parola non vi é né tenda né casa. Si é in terra
straniera: straniera é la terra ove si parla un'altra lingua,
natìo il luogo ove si parla come ci insegnò nostra madre.
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5. Secondo frammento sulla lingua: l'avvento della lingua unica
Il riaccendersi della luce in alcune scuole dell' Occidente (prego
credere: nessuna sponsorizzazione ENEL) non é naturalmente
pacifico, né per l'interno né per l'esterno.
All'interno si devon fare i conti con i programmi ufficiali,
ispirati alle ideologie della tarda modernità: idea della lingua
come strumento universale, mezzo per dominare la comunicazione e
divenire uomini di successo. All'esterno-estero la parola insegnata
é spesso violenza, assume il suono delle scuole coraniche
integraliste.
Mentre le facce degli uomini del futuro saran sempre più colorate,
le lingue parlate o più che altro udite (si scrive e si legge
sempre meno, si guarda chiacchierare) saranno sempre più bianche.
Lo schiacciamento delle parole e delle culture e delle tradizioni
non é cosa di un futuro lontano. La potente lingua degli odierni
visi pallidi, l'inglese accoppiato all'informatica (linguaggi
dell'economia e dei suoi protagonisti, dei vincenti) sta formando in
tutto il mondo la prima lingua, senza ormai più terra natia (Heidegger,
Linguaggio e terra natia, Aut aut n. 235, '90).
Se il linguaggio é terra natia, perdere la lingua é perdere la
terra, non aver più ove poggiare i piedi, esser trascinati nei
vortici non solo linguistici dell'universo virtuale creato
dall'economia tardomoderna, dai suoi strumenti e dai suoi assetti
ideologici.
La super-lingua della tarda modernità, l'anglo-informatico, é
allergica al "rumore" (le lingue indigene tradizionali);
esalta lo scorrere regolare delle parole entro strutture concettuali
e sintattiche predeterminate e semplificate, controllabili e
comprabili/vendibili. Non ama gli eventi linguistici originali e i
collegati universi di significato che interferiscano nello sviluppo
delle meccaniche economiche dominanti, tese a privilegiare
assolutamente per i loro latori il successo sul mercato.
Il linguaggio di servizio dell'economia ha un'etica della precisione
e una rigida linea genetica: non possiede solo un DNA ma é anche
fortemente portato a ripetersi tal quale in ogni sua forma;
idealmente porterebbe a discorsi clonati. Al limite l'evento non
linguisticamente interno (e dunque anche concettualmente
disorganico) può essere avvertito solo come disturbo, come un virus
entrato nella struttura della programmazione. Il linguaggio
anglo-informatico é un "disco protetto" dal contatto con
la storia e con la complessità, grandi seminatori di disordine,
cioé di Tradizione e di Nuovo.
E' la lingua unica del tardomoderno (periodo che vorrebbe aver
rescisso ogni legame con qualsivoglia "terra natia", se
non altro in omaggio al mercato unico mondiale) che avverte i suoi
dettati come informazioni funzionali e che dunque "sente"
l'esterno come spazio neutro, campo all'espansione dei contenuti che
le appartengono. Si articola perciò nella nota struttura
emittente-mezzo-ricevente come se dovesse mandar per il mondo solo
semplici informazioni e non anche e soprattutto delle
interpretazioni utili a creare un campo disponibile alla propria
volontà di potenza.
E' la lingua di un mondo integralmente senza Dio (non avrai altro
dio che il Mercato), priva di un luogo ove idealmente convergano le
direzioni di senso che si originano sulla terra; lungi da giungere
in cielo, queste si fermano -riflesse dai satelliti- agli ultimi
piani dei grattacieli. E' una lingua senza un mondo dei fini
(poiché essa stessa si pone come mondo) ma con delle ben precise
funzioni gerarchizzate sotto l'imperativo del Risultato e del
Successo. Pur adorna di falsa retorica dell' Innovazione, é
sostanzialmente conservatrice dell' ordine del presente perchè,
disconoscendo la storia e la sua ipercomplessità, riconosce solo il
momento che attraverso di essa si esprime.
Le lingue tradizionali si parlavano e si cantavano in casa o a
scuola o per la strada; l'anglo-informatico in ufficio o nelle
autostrade, sia in quelle che portano da una città a un'altra
uguale o in quelle di Internet, l'universo virtuale che si estende
sulla vecchia terra degli uomini. Le lingue vere scompaiono
all'orecchio dell'ascoltatore musicale medio il quale spontaneamente
non canta più, fa qualche volta karaoke. Gli abiti sono ovunque
uniformi occidentali. La pizza di Napoli é sempre più tragicamente
uguale a quella di New York o Jeddah, il cuscus di Marrakesh a
quello di Milano; non ci sono (quasi) più cuochi ma solo
professionisti della cucina, talora squallidi rivisitatori di
tradizioni estinte o localmente mai esistite.
Non ci sono quasi più maestri (il maestro appartiene a una lingua
storica e ne é custode) ma spuntano ovunque, vestiti da manager o
da quadri intermedi o da operai, operatori dell'impresa scolastica,
società anonima per azioni insensate. Nelle aule qualche vecchio
maestro tiene accesa una luce .
6. Omologazione e sostenibilità delle differenze
La riduzione delle lingue, la compressione delle culture locali
fanno parte di uno scenario forse espressivo di un'attualità
ineludibile e di un destino ineluttabile; ma (temo che) la storia
venderà cara la sua scomparsa. Le zone del mondo in pace sono
vecchi campi di battaglia, luoghi di antiche stragi: la lezione del
passato sembra indicare che non ci sia pace durevole dove non operi
il seppellimento delle differenze ad opera dei cimiteri. Dove non ci
si é ammazzati abbastanza il sacrificio della vittima aliena,
preferibilmente inerme, continua. I cinquant'anni di pace che ci
stiamo godendo in Italia -per la prima volta da millenni- son la
eredità tragicamente felice di millenni di guerre interne od
esterne che hanno cancellato le differenze insostenibili.
10. La generale scomparsa del qui e dell'ora
Ci siamo educati a pensare -con Heidegger- che tutto, perfino
l'universale, non fosse pensabile che dal qui e dall'ora. Ma il qui
e l'ora, se ci sono ancora stanno scomparendo: il qui é di una
terra anonima presso che uguale in tutto il mondo e l'ora non é
quella della comunità umana che conosciamo ma un'ora identica
stabilita da una serie di orologi atomici sulla base fenomeni fisici
non umani.
Siamo tutti fuori del tempo cui profondamente apparteniamo e non
abbiamo il luogo nostro, ovvero il luogo della nostra tradizione e
del nostro futuro. Siamo stati espropriati dal Mercato Unico
Mondiale; siamo tutti, e non solo gli ufficialmente stranieri, senza
terra.
11. Masse di pluralità residua
L'estrema "razionalizzazione" indotta dal MUM e le
estirpazioni culturali prodotte per far posto alla monocultura
economicistica di lingua inglese per qualche decina d'anni
coesisteranno con ancora rilevanti masse di pluralità residua,
visioni del mondo legate alla terra, ai suoi dei e ai loro
comandamenti. Ogni tanto questi vulcani silenti esploderanno nelle
varie regioni economiche (nuovi Stati a formalizzazione limitata) in
eruzioni d' irrazionalità": rivolte, soprassalti
integralistici. Ogni "viaggiatore per la sopravvivenza" ne
sentirà il richiamo, ne soffrirà. E farà soffrire.
18. Terzo frammento: la soluzione linguistica finale del problema
dell'Intero
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Rivive, ma questa volta forse in positivo, la storia di Babele. La
lingua inglese mista all'informatica può favorire il passaggio di
informazioni, ma non basterà per la comunicazione, che é qualcosa
di ben più profondo. Il sistema sembra non regger più le
dimensioni globali che ha assunto ed hanno inizio processi non di
semplice ristrutturazione ma di vera e propria mutazione: il Sistema
diventa Ipersistema o sistema ipercomplesso. La lingua che connette
un sistema non può essere la stessa cosa di quella che ambisce (o
comunque sarà impiegata) ad assicurare un minimo di comunicazione
entro un ipersistema.
Vedrò di indovinarne -non è per ora possibile far altro- alcuni
tratti:
1) Non esistono nicchie linguistiche; le fluttuazioni ipersistemiche
divengono fluttuazioni della lingua totale.
2) Le tradizioni locali -nei loro soprassalti di vitalità-
riconformano la lingua in atto alla lingua storica con forza
moltiplicata dalla stessa contraddizione con il punto 1
3) Lo schema emittente-mezzo-ricevente viene usato per la
sopravvivenza economica e da coloro che, ad esempio tra gli
psicologi, devono produrre risultati vendibili. Per la formazione
dell'uomo si comincia a cercare altro
Scenari dell'estinzione e/o risveglio della lingua storica
1) La lingua prostituita, anatomizzata, rimontata nelle scuole come
fosse un meccano viene riconosciuta come lingua morta.
2) Si ha bisogno, si cerca nella lingua, fuoriuscendo dal grigio
delle coloratissime immagini elettroniche e del loro rumore verbale,
qualcosa di vivo. Forse si sta tornando a un'idea di lingua come
quella di Giovanni Gentile: lingua come corpo vivente. Solo ciò che
vive aiuta la vita
3) La lingua della terra natia non é solo un mezzo e uno strumento:
é tutto. Estinguendosi la lingua, si estingue quella regione dello
spirito e un pò tutto lo spirito ne muore.
4) Al di là del mero scambio di informazioni (dominato
dall'anglo-informatico), é sempre più la lingua materna quella
indicativa dei sensi e matrice dei significati nel loro farsi
fenomeno intersoggettivo. L'asilo.
5) La lingua della terra natia coordina lo scatenarsi dei
significati tra chi parla e chi ascolta e, in varia intensità il
loro incontro entro un orizzonte comune di cui essa é parte
essenziale
6) Ogni dire (ricordo un colloquio con Angelo Franza) é anche un
con-dire; dire insieme a chi ascolta. Quel che si dice dipende
sempre dall'interlocutore immediato e dalla catena di tutti coloro,
presenti o assenti, vivi o defunti, che su quella stessa terra hanno
in qualche modo interloquito con l'autore nominale ed immediato del
discorso. In ogni parola c'é l'eco di tutte le parole pronunciate
in quei luoghi, in quella Tradizione.
7) La lingua non è solo ordine ma anche disordine, é ordine aperto
ad accogliere il disordine, le masse di significato non strutturate
che chiedono di venire a evidenza intellettualmente riconoscibile
entro una cultura. Perciò é aperta ai fattori che confliggono con
l'esistente, lo squilibrano, per trovar pace solo più tardi, nel
porto della parola.
8) Se la lingua é conservatrice, la parola che n'é generata e'
rivoluzionaria; non s'identifica con il mondo ma lo trasforma e ne
é trasformata.
9) La lingua é regola del gioco (1). Anche gioco di connessione e
di sconnessione delle alterità personali e culturali, ambito
dell'alternanza tra l'uguale e il contrario, tra il prevedibile e
l'imprevisto, tra la regola stessa e l'originaria offerenza degli
eventi.
10) Ogni lingua, di qualsiasi terra, non é solo porta sul mistero (Rosenzweig
in "La stella della redenzione", Marietti); é il mistero
stesso. Rinvia non solo a referenti lontanissimi, posti nel passato
e nel futuro, ma a non-referenti, a termini intrinsecamente perduti
alla conoscenza.
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