Appendice
La situazione del personale scolastico: 
autonomia sì, ma la libertà?

Riflessi di valori e qualità

Comincio da tre... a cercare l'oriente

Scuola e Universi
Informatici

Appendice sulla lingua e sulle lingue

Appunti sul non pensiero

L'impresa di rappresentare la scuola del POF, dei telefonini e del fast-food

Abolire i voti

Per una scuola trasparente

Metodo e valutazione

Lettera da Forlì

Lettera da Alpignano

 



 

 
   
Da  G.Boselli in AAVV "Nel tempo della pluralità" La Nuova Italia 1997

Sulla lingua e sulle lingue

di Gabriele Boselli

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4. Primo frammento orientale/occidentale sulla lingua: la perdita e (forse) il ritrovamento dell'origine

La Luce -e con lei l'Universo- cominciò con la parola che la chiamò all'esistere.
Parola e scuola sono nate insieme.
La prima parola fu d' indicazione, per il soggetto che la pronunciò e per altri; dire é sempre stato dire a qualcuno, parlare all'Altro che sta in noi o altrove. Le prime parole -quelle rivolte da Dio all'Altro assoluto, il Nulla- insegnarono all'Universo a uscire dall'inesistenza.
Il primo ritrovarsi di un maestro con i suoi alunni diede forma nuova alla risposta a un appello formulato dall'Inizio del tempo, quando gli eventi presero il via. Riprese con il primo Insegnamento il processo interrotto di creazione del mondo.
Le scuole d'Israele insegnarono il Libro. E il Libro insegnò. Ammaestrò sul Nome che comprende tutti i nomi, sulla Verità che precede e fonda tutte le altre. L'Uomo abitò il Libro e il Libro l'Uomo.
Da allora esistere é entrare e fuoriuscire dal libro, dal luogo di tutti gli atti possibili, di tutti gli eventi che la Parola fa veri conferendo loro un Nome.
Senza la parola non vi é né tenda né casa. Si é in terra straniera: straniera é la terra ove si parla un'altra lingua, natìo il luogo ove si parla come ci insegnò nostra madre.
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5. Secondo frammento sulla lingua: l'avvento della lingua unica

Il riaccendersi della luce in alcune scuole dell' Occidente (prego credere: nessuna sponsorizzazione ENEL) non é naturalmente pacifico, né per l'interno né per l'esterno.
All'interno si devon fare i conti con i programmi ufficiali, ispirati alle ideologie della tarda modernità: idea della lingua come strumento universale, mezzo per dominare la comunicazione e divenire uomini di successo. All'esterno-estero la parola insegnata é spesso violenza, assume il suono delle scuole coraniche integraliste.
Mentre le facce degli uomini del futuro saran sempre più colorate, le lingue parlate o più che altro udite (si scrive e si legge sempre meno, si guarda chiacchierare) saranno sempre più bianche. Lo schiacciamento delle parole e delle culture e delle tradizioni non é cosa di un futuro lontano. La potente lingua degli odierni visi pallidi, l'inglese accoppiato all'informatica (linguaggi dell'economia e dei suoi protagonisti, dei vincenti) sta formando in tutto il mondo la prima lingua, senza ormai più terra natia (Heidegger, Linguaggio e terra natia, Aut aut n. 235, '90).
Se il linguaggio é terra natia, perdere la lingua é perdere la terra, non aver più ove poggiare i piedi, esser trascinati nei vortici non solo linguistici dell'universo virtuale creato dall'economia tardomoderna, dai suoi strumenti e dai suoi assetti ideologici.
La super-lingua della tarda modernità, l'anglo-informatico, é allergica al "rumore" (le lingue indigene tradizionali); esalta lo scorrere regolare delle parole entro strutture concettuali e sintattiche predeterminate e semplificate, controllabili e comprabili/vendibili. Non ama gli eventi linguistici originali e i collegati universi di significato che interferiscano nello sviluppo delle meccaniche economiche dominanti, tese a privilegiare assolutamente per i loro latori il successo sul mercato.
Il linguaggio di servizio dell'economia ha un'etica della precisione e una rigida linea genetica: non possiede solo un DNA ma é anche fortemente portato a ripetersi tal quale in ogni sua forma; idealmente porterebbe a discorsi clonati. Al limite l'evento non linguisticamente interno (e dunque anche concettualmente disorganico) può essere avvertito solo come disturbo, come un virus entrato nella struttura della programmazione. Il linguaggio anglo-informatico é un "disco protetto" dal contatto con la storia e con la complessità, grandi seminatori di disordine, cioé di Tradizione e di Nuovo.
E' la lingua unica del tardomoderno (periodo che vorrebbe aver rescisso ogni legame con qualsivoglia "terra natia", se non altro in omaggio al mercato unico mondiale) che avverte i suoi dettati come informazioni funzionali e che dunque "sente" l'esterno come spazio neutro, campo all'espansione dei contenuti che le appartengono. Si articola perciò nella nota struttura emittente-mezzo-ricevente come se dovesse mandar per il mondo solo semplici informazioni e non anche e soprattutto delle interpretazioni utili a creare un campo disponibile alla propria volontà di potenza.
E' la lingua di un mondo integralmente senza Dio (non avrai altro dio che il Mercato), priva di un luogo ove idealmente convergano le direzioni di senso che si originano sulla terra; lungi da giungere in cielo, queste si fermano -riflesse dai satelliti- agli ultimi piani dei grattacieli. E' una lingua senza un mondo dei fini (poiché essa stessa si pone come mondo) ma con delle ben precise funzioni gerarchizzate sotto l'imperativo del Risultato e del Successo. Pur adorna di falsa retorica dell' Innovazione, é sostanzialmente conservatrice dell' ordine del presente perchè, disconoscendo la storia e la sua ipercomplessità, riconosce solo il momento che attraverso di essa si esprime.
Le lingue tradizionali si parlavano e si cantavano in casa o a scuola o per la strada; l'anglo-informatico in ufficio o nelle autostrade, sia in quelle che portano da una città a un'altra uguale o in quelle di Internet, l'universo virtuale che si estende sulla vecchia terra degli uomini. Le lingue vere scompaiono all'orecchio dell'ascoltatore musicale medio il quale spontaneamente non canta più, fa qualche volta karaoke. Gli abiti sono ovunque uniformi occidentali. La pizza di Napoli é sempre più tragicamente uguale a quella di New York o Jeddah, il cuscus di Marrakesh a quello di Milano; non ci sono (quasi) più cuochi ma solo professionisti della cucina, talora squallidi rivisitatori di tradizioni estinte o localmente mai esistite.
Non ci sono quasi più maestri (il maestro appartiene a una lingua storica e ne é custode) ma spuntano ovunque, vestiti da manager o da quadri intermedi o da operai, operatori dell'impresa scolastica, società anonima per azioni insensate. Nelle aule qualche vecchio maestro tiene accesa una luce .

6. Omologazione e sostenibilità delle differenze

La riduzione delle lingue, la compressione delle culture locali fanno parte di uno scenario forse espressivo di un'attualità ineludibile e di un destino ineluttabile; ma (temo che) la storia venderà cara la sua scomparsa. Le zone del mondo in pace sono vecchi campi di battaglia, luoghi di antiche stragi: la lezione del passato sembra indicare che non ci sia pace durevole dove non operi il seppellimento delle differenze ad opera dei cimiteri. Dove non ci si é ammazzati abbastanza il sacrificio della vittima aliena, preferibilmente inerme, continua. I cinquant'anni di pace che ci stiamo godendo in Italia -per la prima volta da millenni- son la eredità tragicamente felice di millenni di guerre interne od esterne che hanno cancellato le differenze insostenibili.


10. La generale scomparsa del qui e dell'ora

Ci siamo educati a pensare -con Heidegger- che tutto, perfino l'universale, non fosse pensabile che dal qui e dall'ora. Ma il qui e l'ora, se ci sono ancora stanno scomparendo: il qui é di una terra anonima presso che uguale in tutto il mondo e l'ora non é quella della comunità umana che conosciamo ma un'ora identica stabilita da una serie di orologi atomici sulla base fenomeni fisici non umani.
Siamo tutti fuori del tempo cui profondamente apparteniamo e non abbiamo il luogo nostro, ovvero il luogo della nostra tradizione e del nostro futuro. Siamo stati espropriati dal Mercato Unico Mondiale; siamo tutti, e non solo gli ufficialmente stranieri, senza terra.

11. Masse di pluralità residua

L'estrema "razionalizzazione" indotta dal MUM e le estirpazioni culturali prodotte per far posto alla monocultura economicistica di lingua inglese per qualche decina d'anni coesisteranno con ancora rilevanti masse di pluralità residua, visioni del mondo legate alla terra, ai suoi dei e ai loro comandamenti. Ogni tanto questi vulcani silenti esploderanno nelle varie regioni economiche (nuovi Stati a formalizzazione limitata) in eruzioni d' irrazionalità": rivolte, soprassalti integralistici. Ogni "viaggiatore per la sopravvivenza" ne sentirà il richiamo, ne soffrirà. E farà soffrire.

18. Terzo frammento: la soluzione linguistica finale del problema dell'Intero

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Rivive, ma questa volta forse in positivo, la storia di Babele. La lingua inglese mista all'informatica può favorire il passaggio di informazioni, ma non basterà per la comunicazione, che é qualcosa di ben più profondo. Il sistema sembra non regger più le dimensioni globali che ha assunto ed hanno inizio processi non di semplice ristrutturazione ma di vera e propria mutazione: il Sistema diventa Ipersistema o sistema ipercomplesso. La lingua che connette un sistema non può essere la stessa cosa di quella che ambisce (o comunque sarà impiegata) ad assicurare un minimo di comunicazione entro un ipersistema.
Vedrò di indovinarne -non è per ora possibile far altro- alcuni tratti:
1) Non esistono nicchie linguistiche; le fluttuazioni ipersistemiche divengono fluttuazioni della lingua totale.
2) Le tradizioni locali -nei loro soprassalti di vitalità- riconformano la lingua in atto alla lingua storica con forza moltiplicata dalla stessa contraddizione con il punto 1
3) Lo schema emittente-mezzo-ricevente viene usato per la sopravvivenza economica e da coloro che, ad esempio tra gli psicologi, devono produrre risultati vendibili. Per la formazione dell'uomo si comincia a cercare altro

Scenari dell'estinzione e/o risveglio della lingua storica
1) La lingua prostituita, anatomizzata, rimontata nelle scuole come fosse un meccano viene riconosciuta come lingua morta.
2) Si ha bisogno, si cerca nella lingua, fuoriuscendo dal grigio delle coloratissime immagini elettroniche e del loro rumore verbale, qualcosa di vivo. Forse si sta tornando a un'idea di lingua come quella di Giovanni Gentile: lingua come corpo vivente. Solo ciò che vive aiuta la vita
3) La lingua della terra natia non é solo un mezzo e uno strumento: é tutto. Estinguendosi la lingua, si estingue quella regione dello spirito e un pò tutto lo spirito ne muore.
4) Al di là del mero scambio di informazioni (dominato dall'anglo-informatico), é sempre più la lingua materna quella indicativa dei sensi e matrice dei significati nel loro farsi fenomeno intersoggettivo. L'asilo.
5) La lingua della terra natia coordina lo scatenarsi dei significati tra chi parla e chi ascolta e, in varia intensità il loro incontro entro un orizzonte comune di cui essa é parte essenziale
6) Ogni dire (ricordo un colloquio con Angelo Franza) é anche un con-dire; dire insieme a chi ascolta. Quel che si dice dipende sempre dall'interlocutore immediato e dalla catena di tutti coloro, presenti o assenti, vivi o defunti, che su quella stessa terra hanno in qualche modo interloquito con l'autore nominale ed immediato del discorso. In ogni parola c'é l'eco di tutte le parole pronunciate in quei luoghi, in quella Tradizione.
7) La lingua non è solo ordine ma anche disordine, é ordine aperto ad accogliere il disordine, le masse di significato non strutturate che chiedono di venire a evidenza intellettualmente riconoscibile entro una cultura. Perciò é aperta ai fattori che confliggono con l'esistente, lo squilibrano, per trovar pace solo più tardi, nel porto della parola.
8) Se la lingua é conservatrice, la parola che n'é generata e' rivoluzionaria; non s'identifica con il mondo ma lo trasforma e ne é trasformata.
9) La lingua é regola del gioco (1). Anche gioco di connessione e di sconnessione delle alterità personali e culturali, ambito dell'alternanza tra l'uguale e il contrario, tra il prevedibile e l'imprevisto, tra la regola stessa e l'originaria offerenza degli eventi.
10) Ogni lingua, di qualsiasi terra, non é solo porta sul mistero (Rosenzweig in "La stella della redenzione", Marietti); é il mistero stesso. Rinvia non solo a referenti lontanissimi, posti nel passato e nel futuro, ma a non-referenti, a termini intrinsecamente perduti alla conoscenza.


html a cura di Volfango Santinelli