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di A. Melucci

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Democrazia ed educazione

Il disegno ministeriale dei saperi da proporre alle scuole del prossimo inizio di millennio utilizza il termine " essenziale" riferendosi ai contenuti per la formazione di base. Ritengo che sia importante cercare di capire cosa possa significare il termine "essenziale" distinguendolo dal termine "minimo". Spesso i due termini sono usati indifferenziatamente, quasi fossero sinonimi. Cercherò in questo scritto, riprendendo una differenziazione da me formulata nel dibattito sui saperi aperto sul sito della BDP verso la metà dello scorso anno, di mettere in ulteriore evidenza come i due aggettivi rinviino a fondamenti (o fondazioni) culturali differenti e a teleologie pedagogiche del tutto diverse.
A me pare che il minimo privilegi un aspetto di tipo quantitativo mentre la teleologia qualitativa mira all'essenziale.

Il minimo

La cultura del "minimo" parrebbe democratica: rivendica per tutti un quantum di conoscenza sufficiente alla sopravvivenza nel Mercato Unico Mondiale. Quel che importa è trasmettere pacchi di conoscenze da consumare successivamente: gli allievi sono come cammelli, che traggono dalla pozza e bevono lungamente il minimo/massimo dell'acqua che serve per attraversare il deserto. Una risorsa che non troveranno più per strada e che, soprattutto, loro stessi non sono in grado di produrre o di lasciar che si riproduca. E' la cultura lockiana della "tabula rasa", di un soggetto "zero per natura"; è la pedagogia militare delle "razioni minime". Tradisce l'idea che tutto ciò che il soggetto pensa viene da altro e che l'importante è fornirlo degli strumenti con cui manipolare la farina fornita per farla durare fino a sera. Il minimo è epistemico, "sta", è qualcosa di statico, di immobile; vedremo come l'esenziale è epistemologico, "diviene".
Meno poeticamente è più tecnologicamente (il minimo è invero concetto da cultura tecnocratica): il minimo è la banda sotto cui non scendere nel serbatoio dell'olio lubrificante, mentre il massimo è il livello da non superare, pena guasti dell'accensione.
Il "minimo" è infatti il punto d'inizio del "massimo", dove quest'ultimo è il far crescere il primo fino al più ampio volume consentito dall'individuo recettore e dalle circostanze.
Nella cultura industriale del minimo/massimo il soggetto nella sua singolarità e nella sua attività non ha parte: deve al corredo genetico la sua forma e il suo volume (il disegno dell'ingegnere) e al "fornitore" il contenuto delle sue conoscenze. . Il minimo non contiene la deiezione/proiezione "geometrica" del soggetto nei saperi ma taglia -a un livello considerato sufficiente- un sapere presviluppato e anonimo. E' come una pianticella che viene tagliata a un livello considerarto sufficiente per l'agricoltore.
I saperi nella cui didattica ci si occupi di "garantire il minimo" son volti all'utile e al contingente, spacciano immagini destinate a sparire rapidamente perché alimentate non dalla conoscenza ma dal supposto bisogno del sistema socio-economico.

L'essenziale

Essenziale significa invece: inerente all'essere, ciò senza di cui l'essere non è più tale; il termine si oppone intrinsecamente ad "accidentale", ciò che non appartiene al soggetto dell'essere. Riferendosi ai saperi, l'essenziale riguarda gli elementi costituenti senza i quali questi non sarebbero tali. Si tratta di individuare quali saperi siano essenziali e perché e di stabilire il carattere di essenzialità di ciascun sapere.
Essenziale è ciò che rinvia all'identità profonda di un soggetto nel suo incontrrsi con un paesaggio culturale, identità originalmente ignota a lui stesso e che non può scoprire senza attraversare la foresta della cultura, senza aver passato i campi dell'esperienza scientifica e poetica del mondo. L'essenziale non è evidente; nasce anzi ­insegna Socrate- dal superamento dell'evidenza, da uno sforzo, che nasce dal profondo, di guardare alto e largo. Nasce da interrogativi radicali
Da Platone a Kant, a Husserl, ad Heidegger, la cultura è dell'essenziale, dei princìpi, di ciò che, dentro la parola e fuori dalla chiacchiera, riduce il superfluo delle parvenze e apre il soggetto a rappresentarsi originalmente (ma anche adeguatamente) il mondo. La scuola può/deve offrire un orizzonte storico per l'intelligenza dell'essere: offrire dunque saperi essenziali in quanto lasciano essere anziché trasmettere statuti. Lasciar essere non è l'indifferenza o l'impotenza ma è il difficile e consapevole esezrcizio dell'offerta di tempo, della fiducia nelle possibilità soggettuali che magari non rientrano nelle nostre caselle di istruzione e formazione. E' il non essere preda della " sindrome da risultato".
Se il sapere non è essenziale è chiacchiera,, ideologia del Mercato, introduzione al culto del Nulla che deentifica cose, idee e persone riducendole a merci.
Edith Stein ci ha indicato come un sapere davvero essenziale non sia mai uno sterile prodotto industriale ma qualcosa di vivo, di fecondo, di generativo di sapere ulteriore. Direi che laddove il minimo risiede nella cultura del "fondamento", l'essenziale abiti in quella della "fondazione" ( 1); dove il minimo é "saputo" l'essenziale é sapienza o, gentilianamente, sapere in atto.
Leggo in un dizionario etimologico (Pianigiani) che essere deriva anche dalla radice latina "fu", da cui deriva anche feto, l'essere che, lasciato esistere porta con sé in una forma soggettuale l'essenza del divenire. Nell'essenza dell'essere vive l'essenza del divenire. E dell'educarsi.
I saperi essenziali sono occasioni per sviluppare il potenziale di un soggetto che interagisce attivamente con la cultura puntando a generare comprensione, criticità, autonomia, attibuzione di significati, capacità di scelta, consapevolezza, responsabilità dei propri atti. Devono servire a elaborare un sapere soggettuale che sia soprattutto capacità di produrre pensiero.

Il caso della scuola materna

Non parlerei per la scuola materna di saperi essenziali che debbano essere appresi necessariamente dai bambini, né di competenze da considerare come irrinunciabili da perseguire e magari valutare.
Ciò perché la scuola materna non è affatto la scuola della competenza; è un luogo educativo in quanto qui avviene intenzionalmente l'interazione tra un soggetto bambino e i linguaggi che la cultura mette a diusposizione entro un contesto , attarvezreso la mediazione dell'adulto. Sono i linguaggi della cultura attarverso cui l'esperienza di vita viene ricostruita che consenton o di educare i vari modi in cui il pensiero si manifesta. E occorre che il pensiero interagisca liberamente e creativamente con la cultura senza percorsi preordinati, senza tristi verifiche o anonimi standard di apprendimento.



Conclusioni

La domanda fondamentale è la seguente: quali saperi ci possono aiutare di più a interpretare le situazioni e a assumere decisioni sensate in uno scenario di vita in cui fare prevuisioni a lunga scadenza diventa sempre più difficile senon impossibile? Quali saperi ci aiutano ad orientarci? E' tale l'accenturasi di imprevedibilità per cui vanno evitate tentazioni programmatorie, predittive, ad arco ristretto, specifico, limitato e che magari offrono risultati immediatamente visibili.
L'essenziale non é dunque il minimo: nell'essenziale c'é il nucleo generativo di una o più regioni gnoseologiche, é virtualmente contenuta (sceglierà poi il soggetto e ne sarà scelto) nella trasparenza delle relazioni tutta la gamma possibile dello sviluppo democratico del sapere stesso. Il sapere essenziale è essere in potenza,, un chicco di grano che contiene in germe la piantina.
I saperi volti all'essenza sono saperi di lungo respiro; portano a pensare le cose non solo come sono oggi ma come sono state e probabilmente muteranno, indipendentemente dal loro utilizzo immediato e prossimo venturo. I saperi essenziali valorizzano le diversità e le differenze, quelli minimi danno a tutti qualcosa che é estraneo a ciascuno.
L'essenziale é destinato a crescere, il minimo ad estinguersi. I saperi essenziali ­saperi di ciascuno- a far crescere, quelli minimi -saperi di tutti- a figurare bene negli schermi dei sistemi di valutazione imminenti.
Il minimo é riduzionistico (riduce la complessità); l'essenziale trans-formativo e generativo (rispetta le condizioni dello sviluppo potenziale).
Non ho idea di quel che accadrà quando le nuove tavole dei saperi saranno state scritte, né se avranno comunque gran significato per le nuove scuole dell'autonomia, i cui dirigenti saranno già stati addestrati da Fiat o IBM o Bocconi, enti per cui la scienza coincide con quella vendibile e i saperi, più che valere, debbono contare. Io ho scritto, potrò dire che ho fatto quel che potevo.



1) Riprendo una distinzione da Gabriele Boselli utilizzata in "Postprogrammazione" (La Nuova Italia 1998 2.a) con l'immagine del ponte di barche che sorregge flessibilmente un passaggio cui prima il ponte in laterizio (fondamento) dava sostegno fermo..
-----Nel comune concetto di fondamento si riverberano significati antichi, "fossili", precedenti alla rivoluzione fenomenologica del pensiero. Il fondamento é la terra, richiama l'esigenza di una concretezza indiscutibile, dell'evidenza di ciò che già é di per sé, I'intrinsecamente tangibile.
------- fondazione: é la contestazione della possibilità di rispecchiamento della certezza e della verità del reale, é la dinamizzazione dell'idea -statica- di fondamento. il fondamento sia una condizione logica dell'esigenza di pensare le cose come permanenti, quando invece i fenomeni sono solo
Oggi più che mai penso che dovremmo considerare l'idea di fondamento/fondazione in modo radicalmente anipostatico (che non sta), nell'ambito delle pieghe mobili e delle onde che percorrono il tessuto elettronico del mondo.
senza soggetto. Dunque:
fondamento come fondazione che noi facciamo agire mentre siamo agiti sul campo d'interconnessione degli eventi; fondazione come riconoscimento e credito di persistenza.


html a cura di Volfango Santinelli