"Tutto
capita all'improvviso,
l'inattendibile è, più dell'attendibile,
vicino a quanto accade"
(Piero Bigongiari) |
Ho
accettato l'invito a scrivere su questa rivista un articolo di commento alla proposta
Berlinguer di riforma dei cicli scolastici, con riferimento a quel segmento di scuola nel
quale ho la ventura di operare ormai da qualche anno, non senza una certa titubanza.
Che cosa dire, di fronte ad un progetto indubbiamente
coraggioso e meritorio, senz'altro di alto profilo intellettuale, ma ancora -
necessariamente - indefinito nei suoi contenuti, ancora da delineare per quanto concerne
le forme concrete del suo auspicato attuarsi come grande progetto culturale per la
formazione delle giovani generazioni?
Non mi
compete certamente lavorare di fantasia o quantomeno d'immaginazione attorno alle
coordinate maggiori di questo colossale sforzo d'ideazione pedagogica. Non me ne sento
capace, ne ho bastante autorevolezza per poterlo fare senza rischiare la velleità o,
peggio, di dimostrare l'irritante presunzione di chi crede di poter saltare al di la di
tutte quelle ardue mediazioni intellettuali e, nobilmente, politiche, necessarie a dar
'gambe svelte e robuste ad una seria riforma di rilevante incisività culturale ed
istituzionale.
Perché
intervenire, allora? Bene, ho deciso di farlo intanto perchè mi ritengo, benché vocato
alla ricerca teoretica - come posso e quando posso - un uomo di scuola, espressione forse
arcaicheggiante, ma alla quale mi sento indissolubilmente legato, e chi vive nella scuola
non può rifiutarsi, quand'anche non fosse richiesto, di dir la sua sul progetto della
propria, ci auguriamo per lunghi anni, futura casa ( e cos'altro mai e una vera scuola, se
non la dimora dello spirito di carne e sangue che noi siamo, in quanto educatori di
giovani uomini e di giovani donne alla vita più alta ed esigente dello spirito, spirito
che e appunto vita consegnatasi alla rischiosa peripezia della formazione?).
In secondo
luogo, l'affetto che porto alla mia casa, alla ideale comunità dei fini che non rinuncio
a credere abiti anche all'interno delle istituzioni meno aliene a rispondere alle
sollecitazioni della vigente tarda Modernità, non mi esime dall'esprimere qualche
legittima preoccupazione, o meglio, una disarmata richiesta di attenzione verso quelle
sottili sfumature che a mio parere potranno evitare in buona misura il pericolo esiziale
di dimenticare che la scuola ( non quella che era, semmai quella che molti avrebbero
voluto che fosse) e anzitutto confluenza di esistenze gettate nell'avventura della
conoscenza e della costruzione di inedite possibilità d'umanazione.
Una scuola
viva, insomma, e quella a cui penso e che voglio; una scuola in cui la vita sia
protagonista, la vita con tutte le sue contraddizioni, con tutto ciò che la rende
inquietante ed esaltante, plurale ed umile, di quella umiltà prima di cui consiste la
cultura, che si impara e si fa, insegnava Nietzsche, quando cominciamo a trattare ciò
ch'è vivo come qualcosa di vivo. Una scuola dove la vita irrompa e giuochi in uno
scenario altrettanto vivo di sensi e significati in gestazione, assai più che nella
cornice avvilente di tanti pensieri solo pensati, di una conoscenza già fatta e pronta
all'uso. E vita, intendo, storica, vita vivente nella relazionalità imprevedibile ed
imprendibile che connette tutto a tutto e ai tutti, alle anime vere, a tutto tondo,
implacabilmente esposte nella loro vicenda e consegnate alla tremenda serietà del
pensare. Prece e storica la vita che si pensa e si fa, e facendo se stessa costruisce
l'orizzonte del mondo come possibilità di significato dal punto di vista degli uomini e
delle donne, se mi e lecito riprendere e correggere quel tanto che basta la grande
intuizione di Max Weber.
La riforma
saprà raccogliere questa sfida? Saprà proporre, per dirla con le parole di un'insegnante
responsabilmente impegnata nelle fila del M.C.E., Simonetta Fasoli, l'educazione stessa
come sfida, come intrapresa umana insieme aleatoria quanto ragionevole? Saprà rinunciare
a prestar ascolto alle inquietanti sirene che vorrebbero sedurre alla distopia
tardomoderna della visibilità assoluta, per cui tutto ciò che accade e creduto
manifestabile e registrabile alla stessa stregua di un fatto qualunque, e tutto ciò che
resiste allo sguardo che omologa e programma confinato in un'esistenza fantasmatica,
marginale, fastidiosamente, irrimediabilmente disturbante? Vorrà affidarsi senza aver
visto (e dunque misurato, comparato, controllato, vivisezionato l'esistente in atto e
potenza), ma con la nuda forza della persuasione che ciò dev'essere, a quanto e aleatorio
e ragionevole per necessaria congruenza, ossia al pensiero pensante e vivente, quel
coraggioso pensare con la propria testa che a Kant ( e incredibile quanto possano esser
semplici i grandi filosofi) pareva il segno certo della maggiore età dello spirito? E
già che ci siamo, ricordiamo pure quell'illustre antesignano d'ogni nostra lucidità -
Montaigne - per rammentarci che la testa ha ben bisogno di un buon paio di piedi che la
portino a spasso per il mondo, "prece il nostro spirito non cammina, se le gambe non
lo muovono".
Camminare e
una gran bella metafora per pensare l'educazione e la sua dimora; bella ed usata, ma non
corrosa - cosi ci pare.
Le metafore
aiutano, come vorrebbe ancora Simonetta Fasoli, a procedere sul filo di una lama : il
sottile discrimine tra intelligenza e vaghezza, ribellione e velleita, o, se volete, tra
ragionevolezza ed acquiescenza, passione del singolare e idiosincratica
autoreferenzialità, illuministica criticità ed illusione pedagogica.
Ancora una
volta, una questione di sfumature. Talvolta sono tutto. Anche quando, dopo molto pensare e
parlare, magari ci accorgiamo di aver fatto un'infinita di giravolte e capriole attorno a
qualcosa che continua a sfuggirci di mano, a deludere la presa, a tentarci, senza
lasciarsi dire.
Non
esitiamo più, allora : cogitare aude.
II)
Signor
Ministro! Non so se dirlo, non so come dirlo, e forse non so neppure che cosa dico : ma
non dimentichi mai, ne lei ne i suoi collaboratori ne i saggi che ha convocato e
convocherà, non dimentichi mai... non so che, il "non so che"!Il lettore
avveduto non si indigni, perlomeno abbia la pazienza di seguirmi ancora un po'.
Ascoltiamo
Jankelevitch, un buon maestro di pensiero e di umanità, talmente impertinente a suo
personalissimo modo da dedicare un intero volume proprio al non-so-che e al quasi-niente,
ripercorrendo una tradizione ben più ampia della cosiddetta riflessione estetica - della
quale certamente il non so che rappresenta un tema classico - che si snoda tra Antichità
e Modernità, dipanandosi disinvoltamente nei domini della letteratura, del costume, della
filosofia morale, dell'arte e dell'apprezzamento della bellezza, persino - con Leibniz -
della gnoseologia e dell'antropologia, e che il filosofo di origine russa sonderà anche
in relazione ai grandi temi del tempo, dell'apparenza e dell'essenza, del volere, della
libertà e della morte. (1)
Supponiamo
allora per un attimo che le seguenti proposizioni attengano nondimeno al nostro più
modesto ma tanto urgente tema : l'educazione e la sua dimora nell'imminenza della riforma.
E supponiamo pure che esse possano contribuire a chiarire a chi scrive e a chi legge la
relazione sottile che lega e distingue il progetto e la sua realizzazione, il proposito e
l'opera, il pensiero della prassi e la prassi del pensiero, l'intelligenza deliberante
dell'atto e l'atto intelligente e deliberante.
"Quando
non manca niente" - osserva dunque Jankelevitch - "manca qualcosa che non è
niente; quindi manca quasi niente. Infatti manca l'essenziale!". (2)
E cos'è
mai questo Etwas fehlt, questo qualcosa che manca, così centrale e determinante anche nel
pensiero di Ernst Bloch, che non e o non pare essere una cosa determinata o determinabile,
ma che pure e ben altro che niente ? Cos'è mai questo quasi che sfugge quanto,
irresistibilmente, ci attrae con la forza di una determinante confusa eppure chiaramente
compresente al pensiero che si cimenta con le cose, se non l'ineffabile, o meglio il non
altrimenti dicibile non so che ?
"Il
quasi-niente di cui subodoriamo l'assenza presente senza saperne il nome o determinarne la
natura, lo chiamiamo, negativamente, in virtù del suo carattere evasivo, il non-so-che;
prima di sapere ciò che manca, so che manca...un non-so-che! E tuttavia questo non-so-che
cosi evasivo e controverso e la cosa più importante del mondo, e la sola che valga la
pena. Infatti succede che un certo comportamento sia perfetto e conforme in ogni punto
alla legge, che non si trovi in esso nulla da ridire, e che tuttavia tanta perfezione
susciti in noi un inesplicabile disagio, un'insoddisfazione senza precisi motivi" .
Non e
niente, il non so che, non e niente ed e tutto, avverte ancora Jankelevitch : "Si, io
posso conoscere tutti i dati categoriali, luogo, momento e numero senza alcuna
eccezione...e nonostante questo disconoscere". Infatti alla conoscenza può non
mancare niente e tuttavia qualcosa manca, ed urge e si impone inesorabilmente
all'attenzione che pure non sa rivolgersi ad alcun oggetto e non può far altro che
limitarsi ad additare il "sentimento che c'è altro", dandosi come pura
"nostalgia di qualcos'altro", convertendosi in pathos, pathos
dell'incompletezza, suggerisce Jankelevitch, ma io vorrei dire : pathos dell'altrimenti
(3).
Il ricorso
al non-so-che, insomma, segnala la presenza - presenza/assenza o assenza/presente, direbbe
il Nostro - di un fattore eccedente, irriducibile a quanto può essere oggettivato.
Non si
tratta, si badi, di un pericoloso scivolamento nell'irrazionale, nella retorica di
un'ineffabilità paralizzante per il pensiero e per l'intelletto che conosce e progetta
( interpretazione errata o quantomeno riduttiva se non sviante del non-so-che,
riconoscibile anche nell' intera storia del concetto in questione, come mostra
esaurientemente lo studio finissimo di D'Angelo e Velotti). Si vuol sostenere, piuttosto,
che proprio il pensare con rigore ci conduca inevitabilmente a misurarci, come voleva
Goethe, con ciò che non si può pensare sino in fondo, o addirittura che noi pensiamo
veramente, con rigore ed esattezza, mentre pensiamo ciò che non si può pensare sino alla
fine.
Pensare con
rigore, difatti, e pensare nei limiti dell'intelletto; progettare con rigore e progettare
nei limiti dell'ordinabile e del prevedibile. Tuttavia, se il pensiero ritrova e difende
le proprie ragioni osando cimentarsi con quanto non appaia, dopo ogni ragionevole
tentativo, riducibile alle categorie dell'intelletto logico, eppur risulti chiaro ma non
distinto al pensiero (secondo quanto insegnava già Leibniz), cosi ogni progetto che
rimuova dal proprio orizzonte ciò che inevitabilmente sarà destinato a sfuggirgli,
invece di assumerlo consapevolmente come limite e risorsa di senso ulteriore e non
pianificabile, finirà inesorabilmente per esorbitare dai limiti che lo identificano ,
tradendo le proprie legittime ragioni.
La storia
del non-so-che, questa idea estetica tanto capace di tracimare fuori dai propri argini,
fecondando un terreno vastissimo, ci mostra perlappunto che la logica non esaurisce il
pensiero, ma lo fa in virtù di una rigorosa aderenza alle ragioni e ai limiti
dell'intelligere logico, dopo e in conseguenza di un eroico sforzo di determinazione
logica.
Saliti
tutti i possibili gradini della scala del linguaggio, del logos della lingua, non resta
che tacere, come voleva Wittgenstein, oppure - ed e questo il magistero di Enzo Paci (4) -
tradire il silenzio per amore della parola e dell'altro a cui la parola e rivolta,
consapevoli che ogni logos e luce frammista ad ombra, che ogni parola illumina e nasconde,
che sapere ed ignorare reciprocamente si implicano e devono l'uno all'altro,
socraticamente, l'opportunità di vivere come quotidiana ricerca di un orizzonte
ulteriore.
Il
non-so-che allude ed esprime appunto il termine interminato di questa caccia : una
coesione di senso, un ordine altro da quello dell'intelletto,che non e possibile spiegare
ne provare e neppure infine comprendere interamente, se non accettando il gioco
pirotecnico di ossimori,tautologie, minuziose descrizioni di ciò di cui non si vuol dire,
rocambolesche acrobazie della lingua impegnata a rinnegarsi come risorsa esaustiva di
significato, fino al punto in cui - lo nota Leopardi, commentando celebri pagine dedicate
alla 'grazia' dall'ingegno di Montesquieu - si riconosce che la lingua ha abilmente
circuito un quid svuotato di ogni ulteriore predicabilità che non sia - finalmente -
nulla più del nostro non-so-che (5).
Lo stesso
Montesquieu e, con altri accenti, Leibniz, hanno pure ben argomentato l'analoga
insufficienza della regola per render ragione del senso e dell'efficacia della prassi.
" Mai nessuno ha conosciuto l'arte più di Michelangelo ; nessuno se ne e preso gioco
più di lui ", sosteneva l'illuminista autore dello Spirito delle leggi. " Tutte
le opere d'arte hanno regole generali ", prosegue, ma sembra che l'artista segua per
ogni opera " un'arte a sé stante".(6) E questa divergenza dal cammino della
regola - ossia, etimologicamente, dall'ordine del metodo - che non ricade
nell'esplicabilità di una proposizione generalizzabile, e proprio quella
imprevedibilità, quella sorpresa, quella stupefazione interna all'esperienza e al
racconto della medesima, a cui conviene il nome di non-so-che ; nome , si badi, che non
definisce altro che l'improbabilità di ogni altra definizione, come appunto giustamente
osservava Leopardi.
Non
altrimenti Leibniz :" .. per immaginare una bell'aria, per fare un bel
poema.....occorre che la nostra immaginazione abbia preso un'abitudine, dopo di che le si
può concedere la libertà di prendere il volo senza consultare la ragione, per una specie
d'entusiasmo ". Difatti non vi è " bellezza nella necessita"(7).
E' proprio
questo il punto : la prassi, e non soltanto l'arte, che pure e eminentemente prassi,
risulta al vivo da ben altro che dalla mera applicazione della regola assunta e resiste ad
ogni lettura che la intenda ridurre alla necessitata manifestazione empirica della norma
ordinante.Le leggi, sosteneva Montesquieu, sono quasi sempre ingiuste nell'applicazione,
come le regole possono risultar false nell'ipotesi. Allora, niente leggi, niente regole ?
nessuna conoscenza che possa ambire ad esser scienza ? Sarebbe assai ingiusto attribuire
ai teorici del non-so-che lo status non molto ambito di cripto-irrazionalisti. Sarebbe
oltretutto un modo troppo facile per evadere i problemi realissimi che il loro contributo
pone in chiaro. Problemi che il legislatore accorto come l'accorto uomo di scienza non
può eludere.Cosi non fece, difatti, Jhonn Dewey.
III)
E' ben nota
la critica deweyana ad una pedagogia inconsapevole o non all'altezza della propria
dignità : una pedagogia minimalista e rinunciataria che attenda dalla
"società" l'indicazione dei propri fini e dei mezzi coi quali perseguirli,
mentre per Dewey la scienza dell'educazione non ha da mirare ad alcun "prodotto"
meramente utile ( checche ne dicano alcuni miopi interpreti del suo pragmatismo ), ma e
semmai condotta dal proprio Beruf a guardare sempre avanti, a proiettarsi oltre,
oltrepassando i termini delle condizioni e delle situazioni con le quali interagisce, per
contribuire alla attuazione delle possibilità inespresse, attive nel presente come
promessa di senso ulteriore (8).
Ma se il
filosofo statunitense e assai chiaro nel predicare la scientificità autonoma della
pedagogia, non lo e di meno nel segnalare lo iato che divide la scienza dalla sua
applicazione, dagli "usi" che vengono fatti dei suoi risultati e delle sue
elaborazioni problematiche. " Quel che bisogna combattere", scrive Dewey nel
1929, " e la trasformazione dei ritrovati scientifici in regole d'azione". Ed
ancora, introducendo la polarità dialettica scienza/arte : " Nessuna conclusione di
una ricerca scientifica può essere convertita in norma immediata dell'arte
dell'educazione "
(9).
Non v'è
concetto che possa tradursi di per se congruentemente in prassi. Nessuna proposizione
della scienza può divenire immediatamente ( in senso etimologico ) regola dell'agire. E'
cosi, del resto, anche per l'apprendimento individuale, come osserva altrove lo stesso
Dewey : per far si che le conoscenze divengano habitus, cioè si facciano materia
d'esperienza nella viva comunicazione e quindi cambino ed espandano il nostro campo
d'esperienza in virtù di ciò di cui si e partecipato e che si è sentito, in modo che
anche il nostro atteggiamento ne venga ampiamente modificato ( la conoscenza e, per il
Nostro, incremento di significato ), occorre guardarsi bene dal mettere subito in pratica
quanto si e creduto di comprendere (10).
Tra la
conoscenza e l'azione si apre il deserto silenzioso in cui la conoscenza si distilla in
arte. Naturalmente art as experience, arte come esperienza : arte come capacita di
esperienza e modalità di trasfigurazione continua dell'esperienza, arte come tramutazione
dell'esperienza in metamorfosi incessante e vivente di sensi e significati impellenti
nell'ora dell'evento e nel darsi delle cose
( 11 ).
Arte,
infine, come educazione, con tutta la forza niccianamente destabilizzante e propulsiva del
suo etimo.
Ecco,
allora, che la scienza non basta. O forse dovremmo dire che alla scienza non basta esser
scienza, soltanto scienza, per risolvere o comunque fronteggiare ( posto che ogni
soluzione ponga un nuovo grumo di inedite complessità ) i problemi che coinvolgono
l'esperienza vissuta dell'umano come possibilità di libertà e di intelligenza di se
stesso e del mondo.
La stagione
della complessità, con il suo brulichio epistemologico, già da tempo ci sta suggerendo
di ripensare le tradizionali, troppo brutali semplificazioni e suddivisioni nel corpo
dell'esperienza riflessa e della prassi degli uomini e delle donne. Alla scienza necessita
strategia ed invenzione, ci dice Edgar Morin, cioè arte ; quella stessa arte che, secondo
il vecchio Rousseau, sola potrà impedire all'uomo di divenire troppo artificiale.
Si
comprende meglio, cosi, il senso di quella coraggiosa presa di posizione deweyana : "
Se ci fosse un'antitesi tra scienza ed arte, mi sentirei costretto a schierarmi con coloro
che affermano l'educazione essere un arte " (12).
La
pedagogia, dunque, sia pure scienza, ma scienza strategica ed inventiva. E l'educazione,
sia detto con altrettanta chiarezza, sia riconosciuta come arte, ma arte che si distilla
dall'intelligenza dell'esperienza.
Abbiamo
così rovesciato, in certo modo, i termini della tesi deweyana. Adesso diremo : experience
as art, esperienza come arte.
Cos'è mai,
difatti, l'educazione se non esperienza vissuta e - come ama ripetere Antonio Erbetta -
esperienza vissuta dell'uomo in quanto cultura (13) ?
Non è
l'educazione quella vita più alta e perciò più vera ed esigente della persona per la
quale l'esserci irrompe all'esistenza, facendo esperienza di se come snodo di relazioni e
transazioni infinite ( "Ogni porzione di materia" - scriveva
Leibniz - "e agitata dai movimenti di tutto l'universo" ), ritrovandosi cosi
quale origine propulsiva di senso e significato ?
Quando
l'esperienza che abbiamo di noi, dell'altro e del mondo si converte nell'esperienza che
siamo in quanto significanti ( "Cercatori", diceva Ebner ), allora diveniamo
cultura, cultura in atto, calda di sensi, immagini ed emozioni, viva di parole mai udite
prima : cultura in atto come educazione interminata, intelligenza tutta implicata nella
metamorfosi inesausta che siamo e in cui siamo, intelligenza come arte che impegna e
trasfigura, rimuove, disincaglia, riapre, smonta e ricombina, giuoca e inventa la materia
del mondo e della vita, facendo di se stessa il centro nevralgico e sensibile di un
accadimento incessante, di una storia in atto in cui mille volte si avvolge e dipana la
storia di tutti.
Che cosa
spetta, quindi, alla scienza ? Pensare l'educazione, anzitutto. Poi pensare
all'educazione, ai problemi che germinano dalla viva prassi dell'educare, prece la
pedagogia e scienza pratica che non intende delegare a nessuno, tantomeno al Potere, come
istanza di controllo e regolazione dell'esistente - pena la propria condanna alla
futilità della chiacchiera e la conferma diretta e senza appello della marginalità
accademica e sociale nella quale e da tempo relegata - il proprio ruolo di sapere critico
e progettuale consapevole dei limiti inerenti al suo status di scienza destinata ad
intervenire nell'incalcolabile - le costellazioni in movimento dei mondi della vita, le
figurazioni cangianti di quel disordinamento inesorabile dell'esistente che è il vivo
divenire della cultura - disponendosi a preparare l'avvento dell'inattendibile : quelle
nuove sintesi di umanità e cultura di cui noi nulla sappiamo, e la cui manifestazione ha
il carattere impreordinabile e imprevedibile dell'evento.
Preparare
le condizioni per il maturare dell'inedito era anche per un grande dimenticato, Aldo
Capitini, la ragione ultima che giustificava quell'unica relazione di potere - la
relazione educativa - in grado di tradurre l'asimmetria costitutiva del proprio orizzonte
d'azione in una reciprocità gratuita e arduamente conquistata e difesa : la generatività
innocente (l'innocenza non e una virtù, ma un termine infinito ) dell'essere con l'altro
prece l'altro cresca e noi si scompaia, prece il viaggio dell'altro non sia il nostro
viaggio e la terra in cui forse potrà approdare ci rimanga per sempre celata alla vista,
e solo il nostro desiderio, non il nostro sapere/saperci, possa accompagnarlo.
Le più
straordinarie, epocali metafore dell'educare sono racchiuse nella vicenda mosaica, in quel
suo durissimo, misterioso rimanere lontano, inappellabilmente, dalla meta verso la quale
pure aveva guidato il suo popolo, nel divieto di vedere e sapere, prece altri veda e
sappia ; nel destino tragico del Battista ( "Bisogna che lui cresca e io
diminuisca" ): il destino della vita che non rifiuti il prezzo della vita, assumendo
nella cifra simbolica di una morte annunciata e scelta il carattere di rinvio e rimando
all'ulteriore che preme per esondare all'atto, una possibilità lieve, fragile e leggera
come la barchetta di carta ( "farfalla a maggio" ) con la cui immagine si chiude
l'avventura del Battello Ebbro di Rimbaud e comincia, irreversibilmente, un'altra storia.
IV)
Non sta
forse in tutto ciò la pertinenza del non-so-che, questa insolita categoria ermeneutica,
alla scienza dell'educazione ?
Una
scienza, allora, che si auto-condanna all'ignoranza e all'inefficacia storica o,
piuttosto, un sapere critico - vale a dire orientato ad indagare le condizioni di
possibilità e i limiti del pensare e dell'agire nel proprio campo d'inerenza - che in
luogo di presumere di poter saturare di risposte l'orizzonte problematico in perenne
movimento verso il quale si intenziona, tematizza con radicale congruenza epistemologica
quanto e destinato a trascendere il proprio ordine di senso ? E ciò che appunto ci
inerisce, ma nel modo di una irrisolubile dis-appartenenza ( se ne e detto a proposito
dell'incalcolabile, dell'inattendibile, dell'evento, dell'inedito ), a quale eventualità
di ordine ermeneutico può mai riferirsi, che non sia il non-so-che ?
Ecco qua il
limite; il limite che e necessario varcare per tentare di pronunciare quanto non può
essere detto. Solo violando il silenzio ritroviamo la parola : quella parola - come
insegna Marivaux a proposito del je ne sais quoi - che può "insegnare qualcosa di
nuovo", parola che non parli solo ,agli occhi, onniconsistente ed autosussistente
Theoria, archetipo e modello da sempre ( dai primordi del pensiero occidentale ) del già
veduto
(14).
Ricordate -
ricorda, signor Ministro - il Piccolo Principe ? "L'essenziale è invisibile agli
occhi".
Che dire,
poi, dell'educare ? Si intenda, dell'arte di educare : arte strategica ed inventiva,
scienza in atto come prassi e perciò oltre se stessa, gettata nella contingenza del tempo
e nella peripezia dell' accadere, intenzionata al vivo divenire ( im- preordinabile,
imprevedibile ) delle differenze che tutti noi siamo in quanto soggetti concretamente
operanti nella reciproca inerenza laddove, almeno in senso fenomenologico, avviene la
nostra interminata formazione ( chissà se sia davvero la morte a darci un termine
definitivo, cosa che ad una coscienza radicalmente pedagogica, come quella di Aldo
Capitini, può apparire talmente contraddittoria da persuadere ad una infinita
tramutazione dei singoli nella compresenza in atto dei vivi e dei morti ).
Ce ne parla
ancora magistralmente lo stesso Marivaux, ne fosse consapevole o meno, proprio quando ne
Le Cabinet du Philosophe descrive l'indescrivibile contrada o giardino del je ne sais quoi
:"In quel luogo non c'era niente di sorprendente e, quel che più conta, nulla di
ordinato : ... vi regnava il disordine, ma un disordine del miglior gusto che vi sia, che
produceva un effetto affascinante, e del quale non si sarebbe stati in grado di mostrare
la causa. Insomma : non ci sembrava che mancasse nulla, la, ma al tempo stesso nulla vi
doveva essere di compiuto, ossia doveva mancarvi tutto quello che ci si sarebbe voluto
mettere, giacche ad ogni istante vi vedevamo aggiungere qualcosa di nuovo". E quando
il fortunato visitatore del giardino chiede ai suoi ospiti dove sia il padrone, prece
possa manifestargli il proprio stupore e la propria ammirazione, si sente rispondere
:"Eccomi qua", eppur non vede niente. "Ci dite : eccomi qua - riprende -
"e non vi offrite affatto ai nostri occhi". "Eppure non state vedendo che
me" - ribatte la voce - "E' me che vedete e sempre me. In queste composizioni
... in questo oggetti ... in tutto quello che voi qui percepite di semplice, di
trascurato, persino di irregolare, di ornato e di non ornato, io ci sono ... io vi
circondo ... Non mi cercate sotto una forma, ne ho mille, e non ne ho nessuna di stabile :
ecco prece mi si vede senza conoscermi, senza poter ne afferrarmi ne definirmi; mi si
perde di vista vedendomi; insomma, voi mi vedete, e mi cercate, diversamente non mi
troverete mai : cosi non sarete mai stanchi di vedermi (15).
V)
Sono
parole, queste, talmente perspicue da poter essere soltanto offuscate da un prolisso
commento. Vorrei unicamente che il lettore provasse con me ad immaginare una scuola che
somigliasse almeno un poco al giardino di Marivaux; che fosse dunque dimora e
testimonianza del non-so-che.
Sarebbe
forse qualcosa di simile a ciò che un insegnante di vaglia come Lorenzo Capitani,
ricordando l'esperienza didattica di Pasolini nella scuola media di Ciampino ( cominciava
allora la sesta decade del secolo ), ha voluto chiamare :"Poesia in forma di
scuola" ?
Sarebbe
certo ed anzitutto scuola di poesia, ovvero dimora e teatro vivente della poiesi
esistenziale e culturale di ciascuno.
Un luogo -
mi scusino i burocrati e i pedagogisti della ragion di mercato - di gustosissimo e
finissimo disordine, dove niente sia a posto e nulla vi appaia di compiuto ( cioè finito,
dunque morto ), che nulla ceda all'ordine museale e cimiteriale del sapere già
didatticamente allineato nelle fosse comuni di una pseudo-scienza vivisezionatrice e
necrofila. Un luogo, si e già detto con Nietzsche, dove si possa imparare a trattare ciò
che e vivo ( il sapere, i linguaggi, l'arte, la cultura, l'intelligenza dei sensi e della
mano ) come qualcosa di vivo, e la cifra della vita e il movimento, il gioco delle forme,
la tramutazione, proprio come nel giardino che sognava Marivaux.
La
stabilità, la stasi, l'inerzia del sapere per aver saputo, del fare per aver fatto, del
vedere per aver veduto ( cumulando paccottaglie di souvenir - come tanti martiri nipponici
del turismo di massa - inutili ad ogni altro fine che non sia la necroscopia dell'ovvio )
- lo sapeva bene Carlo Micelstaedter, uno dei numi tutelari della scuola che vorrei -
uccide la vita dell'intelligenza, soffoca i sensi, assopisce le emozioni, e l'inganno
fatale della filopsichia, che si rivolge contro se stessa e allontana, irreparabilmente,
dal commercio esistenziale ( che abbia dunque un significato reale per l'uomo e la donna
concretamente operanti e viventi nella storicità altrettanto reale dell'essere al mondo )
con le cose e i fenomeni e i segni dell'esperienza che ci offre la cultura in quanto vita
(16).
Signor
Ministro - se mi permette ancora un appello - vorrei pregarla di non trascurare, per la
giusta enfasi che ricorrentemente pone sulla fondamentalità della cultura e
dell'acquisizione delle competenze disciplinari, che il sapere destinato a rimanere e a
segnare profondamente il nostro complessivo atteggiamento verso il mondo e la vita ( a
questo solo vale in-segnare ) e quello in grado di colmare lo spazio che separa ed unisce
la mente e il cuore ( il "gran tragitto" di cui scriveva Leibniz nella
Teodicea).
La
conoscenza che non riuscirà a "toccarci", non avrà efficacia; sarà cosa
inerte, frigida e futile. Non c'è cultura - cultura in atto, cultura che si fa formazione
per la sua essenzialità sorgiva di forme e significati antichi e nuovi - che non sia
"commozione", e c'è bisogno di qualcosa di vivo - ricorda ancora Leibniz - per
commuoverci davvero.
Il
"pensiero retrospettivo" ( il saputo ) - affidiamoci nuovamente al magistero di
Dewey - non ha altro ruolo se non quello di offrire materia a cui la fiamma del pensiero
vivente - il "pensiero prospettico" del Nostro - possa apprendersi, illuminando
allegramente il mondo tutto intorno.
La scuola,
se e scuola di pensiero, abbisogna della serietà dell'allegria, dello humor
dell'intelligenza, dell'appassionato cimento con l'ignoto che impegna giovani e adulti
nella loro interezza di uomini e di donne ( non solo alunni, non solo professori ); e ne
viene un'eccitazione che non stanca, una fatica che assorbe ma non consuma, prece e
passione, passione della conoscenza ( ciò che sta all'origine della più vera avventura
delle scienze, secondo la Stengers ) da condividere e moltiplicare in una comunità di
dialogo e d'esistenza : la scuola.
E la
scuola, sempre come il giardino di Marivaux, dovrà riscoprirsi in tutta l'incantevole e
tremenda semplicità e naturalezza della vita e della cultura. La semplicità, si badi,
non mistifica l'inaggirabile complessità che e la cifra tanto dell'esistenza quanto del
conoscere; al contrario : l'appalesa, l'accetta, vi si offre senza artificiosi paludamenti
e schermature, ben sapendo tuttavia, con Montesquieu, che occorre molto, molto lavoro
"par etre naif".
Semplicità
e chiarezza e profondità, come sapeva Pasolini educatore ed insegnante, e costanza
nell'affinamento di se, depurazione tutt'altro che moralistica d'ogni scoria di egoismo e
di ambizione personale, per prepararsi all'incontro - sacro come ogni gesto d'umanissima
gratuita - con la dignità dell'altro nel teatro infinitamente mutevole del mondo.
Semplicità,
infine, e imparare a fare a meno di ciò che non sia essenziale : e l'arte di Thoreau,
l'eremita di Walden, prece anche il nostro valore sia misurato dal numero di cose alle
quali, nell'esercizio dell'arte nostra, avremo saputo consapevolmente e felicemente
rinunciare ( vale davvero potenziare l'armamentario didatticista prima di una seria,
dibattuta riflessione su ciò che valga realmente nella vita della cultura, senza
soggiacere acriticamente alle istanze di un mercato per sua natura cieco a ciò che non
sia la norma dell'utile : qui ed ora, e per chi detiene il potere ? Lei, signor Ministro,
ha lodevolmente avviato questa riflessione; le conceda nuovo spazio e respiro. Ci vuole
tempo. Il pensiero ha bisogno di tempo da perdere per guadagnare qualche spicciolo di
verità ).
Una parola,
ancora, per i colleghi insegnanti.
Non credete
( scusate : non crediamo ) a chi predica esclusivamente o prioritariamente l'urgenza dei
mezzi, dei metodi, delle mediazioni, a chi vuol fare della scuola un dispositivo
tecnologicamente avanzato per la selezione e la produzione di massa delle competenze utili
al sistema di riproduzione sociale.
La loro
parte di verità - occorrono certamente mezzi e mediazioni - e irreparabilmente oscurata
dalla dimenticanza che non vi sono attività o metodi che salvino l'allievo dal mero
addestramento alla sopravvivenza di se nell'ordinamento tecnico di massa (K.Jaspers), se
queste non conducono a quella "attivazione di noi stessi" di cui diceva Stirner,
che irrimediabilmente colliderà con l'amministrazione dell'esistente, con l'astenia delle
istituzioni, con le pretese dei potenti, ma che sarà inveramento e invenzione della
cultura nell'attualità della vita e della intelligenza, speranza vigorosa ed efficace di
futuro, di altrimenti.Non nascondetevi, non nascondiamoci dietro ai mezzi ( o alla loro
esiguità : facile, troppo facile giustificazione, non priva, ed e duro ammetterlo, di
piccolo-borghese ipocrisia ). Siamo noi nel gioco; siamo noi in gioco. Non e solo
questione di metodi - moderni, intelligenti, aggiornati, sofisticati . Si tratta di
"sfumature", e ancora Pasolini a suggerircelo, "di sfumature rischiose ed
emozionanti" : il non-so-che inquietante che attesta quel di più, quella
reciprocità, quell'investimento di senso che vorremmo nuovamente poter chiamare
"amore", quella inafferrabile seduzione senza violenza, quella fascinazione
senza abbandono, un disporsi sobrio allo stupore del non-ancora-conosciuto, un guadagnare
il mondo dell'altro senza averlo mai guadagnato, prece avvertiamo sempre un'eccedenza che
inesorabilmente ci rinvia altrove ( e pure alla nostra ombra, ai fantasmi di ciò che
avremmo potuto e forse potremo essere ), un silenzioso, intraducibile avvertimento di
pensiero, pensiero vivente ed accomunante, che e insieme un sentire ed un agire, trama che
si moltiplica di nodo in nodo, che non annulla le differenze ma si individualizza delle
individualità che lo rigenerano, e le comprende senza assimilarle.
Potrei
continuare per molto ancora, tuttavia l'essenziale rimarrebbe pur sempre nel silenzio in
cui le parole si congedano da noi; rimarrebbe - ma solo per poco, nell'attimo che annuncia
un nuovo congedo - nella parola che ancora manca : quella, inaudita, suscitata
dall'ascolto.
Noi tutti,
cari colleghi, siamo cercatori di parole e le più importanti sono proprio quelle che non
abbiamo. Noi, insomma, siamo quello che ci manca, mentre il potere si esprime in ragione
di ciò che si ha. Prece meravigliarci, allora, constatando che solo una immensa
rivoluzione culturale potrebbe rovesciare il rapporto che lega la cultura come formazione
( sapere prospettico piuttosto che sapere saputo ) alle funzioni nevralgiche dell'apparato
?
Molti di
noi, comunque, almeno in questa rivoluzione sperano ancora. E se non abbiamo parole per
dire fino in fondo che cosa veramente vogliamo, forse e appunto prece - ci faccia credito,
signor Ministro - abbiamo qualcosa di davvero importante in cui sperare.
1) Si veda
il preziosissimo e suggestivo lavoro di Paolo D'Angelo e Stefano Velotti, Il "non so
che". Storia di un'idea estetica, Palermo, Aesthetica edizioni, 1997.
2) V.
Jankelevitch, Il non-so-che e il quasi-niente, trad. it., Genova, Marietti, 1997.
3) Ivi.
4) E.Paci,
5)
G.Leopardi, Zibaldone, 200 ; citato da P.D'Angelo e
S.Velotti,cit.
6) Ivi.
7) Essais
de Theodicee e Preceptes pour avancer les sciences, entrambi citati nel lavoro di D'Angelo
e Velotti.
8) J.Dewey,
Il mio credo pedagogico, trad.it., Firenze, La Nuova Italia, 1976. Cfr., C. Nisi, La
pedagogia tra filosofia e scienza, in "Orientamenti pedagogici", 40,1993.
9) J.
Dewey, Le fonti di una scienza dell'educazione, trad.it.,
Firenze, La
Nuova Italia, 1951.
10) J.
Dewey, Democrazia e educazione, trad.it., Firenze, La Nuova Italia, 1949.
11) L'ovvio
riferimento e a J. Dewey, L'arte come esperienza, trad.it., Firenze, La Nuova Italia,
1951.
12) J.
Dewey, Le fonti di una scienza dell'educazione, cit.
13)
A.Erbetta, L'educazione come esperienza vissuta dell'uomo in quanto cultura, in
"Encyclopaideia", 1, 1997.
14)
P.D'Angelo e S.Velotti, cit.
15) Citato
in P.D'Angelo e S.Velotti, cit.
16) I
riferimenti pedagogici, analiticamente esposti, risulterebbero davvero troppi e non v'è
spazio. Mi limito pertanto a consigliare la lettura dei maestri e degli amici : Piero
Bertolini, Antonio Erbetta, Gabriele Boselli, Marco Dallari, Vanna Iori, Duccio Demetrio e
i compagni ( di ricerca ) dell'Enciclopaideia.

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