Il
soggetto umano va aiutato a non essere solo (ma è pure importante aiutarlo a non
accompagnarsi male).
I rischi di dispersione come solitudine affettiva, intellettuale e fisica (o di
integrazione gregaria) sono nella società plurale non minori, forse accresciuti; e non
solo per i soggetti minori o stranieri. Nella scuola, oltre alla dispersione degli alunni,
c'è anche quella dei genitori, degli insegnanti, dei dirigenti, degli ispettori
(dispersione del pastore).
Il termine "dispersione" evoca in generale, fin dall'etimo, l'idea di
separazione e quella di allontanamento dalla salvezza, perdizione. Anche se è
chiaro a tutti che è meglio essere dispersi nella foresta che inseriti
in un sistema-lager, nella cultura dell'Occidente "dispersione" ha una
connotazione intrinsecamente negativa: essere dispersi è l'anticamera del finire in
malora o almeno trovarsi in disgrazia. Può esser condizione di acquisizione di valori
solo per popoli (gli ebrei) o individui (gli eremiti) eccezionali, ma sempre come
espiazione di una colpa (avere venerato gl'idoli o appartenere a un genere perduto,
l'umanità).
Dispersione è l'abbandono o l'abbandonarsi dei soggetti personali, istituzionali o fisici
alla loro gravità individuale, senza coscienza delle relazioni che comunque li
costituiscono e in ogni caso ne condizionano il percorso, talvolta tanto debolmente da far
ritenere scomparsi ogni relazione o rapporto.
Edmund Husserl e Giovanni Gentile sul piano filosofico, Giovanni M. Bertin e Piero
Bertolini su quello pedagogico hanno ampiamente raccontato che possa accadere ai
soggetti individuali o istituzionali che non acquisiscono o smarriscono le trame del
trascendentale, l'intelligenza delle relazioni: stanno al mondo ma è come non ci fossero,
sono risucchiati nel nulla, lasciati sul limitare di correnti di senso, sospesi dalla
storia e dunque dalla vita. Essere in dispersione -che è cosa ben diversa dal romitaggio,
forma questa assai profonda di comunicazione con l'universo- è non poter collegare
sentimento a sentimento, idea a idea; è vagare senza viaggiare, non saper percorrere un
cammino verso dove non siamo. E' spesso non-parlare, ma perdersi nell'heideggeriana
Chiacchiera dei discorsi divagatori, inautentici, privi di riferimenti scientifici.
L'idea di dispersione denuncia comunque la non-nascita solo a se stessi dei dispersi.
Rinvia per contrasto a un'origine comune, e può preludere a una zona più densa
di collocazione nella complessità.
Assimilata al caos, non vi coincide: se il caos sta all'origine, ed è la premessa
dell'ordine, la dispersione è uno stato terminale, quantunque non assoluto ma aperto alla
riconversione .
Non bisogna tuttavia pensare alla dispersione solo in termini negativi. L'esser qualcuno
disperso rispetto al nostro gruppo e ai nostri valori di riferimento non significa che sia
affetto dalla forma di dispersione più grave, la dispersione rispetto a se stessi,
la perdita del centro interiore, del punto di riferimento interno, dell'angolo
d'invocazione all'alterità.
Due pensierini finali:
-C'è più che mai lavoro per noi educatori: promuovere la formazione di figure di
relazione è stata sempre una delle principali, produttive operazioni di fantasia di chi
ha scelto la formazione come principale attività della sua vita. Intanto, lavorare per
non trovarsi a essere dispersi.
-La missione dell'educare porta a distinguere -in noi e negli altri- chi è disperso
davvero da chi è solo in cerca di una propria strada.
Porta a chiedere ai discepoli un aiuto per non perdersi. O se ci si è già perduti a
rientrare. Non nel gregge, in noi stessi.

html a cura di Volfango Santinelli
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