Home Page Ritorna all'indice          topo allarmato.gif (68625 byte)SULLA DISPERSIONE
                                                di Gabriele Boselli

Il soggetto umano va aiutato a non essere solo  (ma è pure importante aiutarlo a non accompagnarsi male).
I rischi di dispersione come solitudine affettiva, intellettuale e fisica  (o di integrazione gregaria) sono nella società plurale non minori, forse accresciuti; e non solo per i soggetti minori o stranieri. Nella scuola, oltre alla dispersione degli alunni, c'è anche quella dei genitori, degli insegnanti, dei dirigenti, degli ispettori (dispersione del pastore).

Il termine "dispersione" evoca in generale, fin dall'etimo, l'idea di separazione e quella di allontanamento dalla salvezza, perdizione.  Anche se è chiaro  a tutti che  è meglio  essere dispersi nella foresta che inseriti in un sistema-lager, nella cultura dell'Occidente "dispersione" ha una connotazione intrinsecamente negativa: essere dispersi è l'anticamera del finire in malora o almeno trovarsi in disgrazia. Può esser condizione di acquisizione di valori solo per popoli (gli ebrei) o individui (gli eremiti) eccezionali, ma sempre come espiazione di una colpa (avere venerato gl'idoli o appartenere a un genere perduto, l'umanità).
Dispersione è l'abbandono o l'abbandonarsi dei soggetti personali, istituzionali o fisici alla loro gravità individuale, senza coscienza delle relazioni che  comunque li costituiscono e in ogni caso ne condizionano il percorso, talvolta tanto debolmente da far ritenere scomparsi ogni relazione o rapporto.
Edmund Husserl e Giovanni Gentile sul piano filosofico,  Giovanni M. Bertin e Piero Bertolini su quello pedagogico hanno ampiamente  raccontato che possa accadere ai soggetti individuali o istituzionali che non acquisiscono o smarriscono le trame del trascendentale, l'intelligenza delle relazioni: stanno al mondo ma è come non ci fossero, sono risucchiati nel nulla, lasciati sul limitare di correnti di senso, sospesi dalla storia e dunque dalla vita. Essere in dispersione -che è cosa ben diversa dal romitaggio, forma questa assai profonda di comunicazione con l'universo- è non poter collegare sentimento a sentimento, idea a idea; è vagare senza viaggiare, non saper percorrere un cammino verso dove non siamo. E' spesso non-parlare, ma perdersi nell'heideggeriana Chiacchiera dei discorsi divagatori, inautentici, privi di riferimenti scientifici.
L'idea di dispersione denuncia comunque la non-nascita solo a se stessi dei dispersi. Rinvia per contrasto a un'origine comune,  e può preludere a una zona più densa   di collocazione nella complessità.
Assimilata al caos, non vi coincide: se il caos sta all'origine, ed è la premessa dell'ordine, la dispersione è uno stato terminale, quantunque non assoluto ma aperto alla riconversione .
Non bisogna tuttavia pensare alla dispersione solo in termini negativi. L'esser qualcuno disperso rispetto al nostro gruppo e ai nostri valori di riferimento non significa che sia affetto dalla forma di dispersione più grave, la dispersione rispetto a se stessi,   la perdita del centro interiore, del punto di riferimento interno, dell'angolo d'invocazione all'alterità.
Due pensierini finali:
-C'è più che mai lavoro per noi educatori: promuovere la formazione di figure di relazione è stata sempre una delle principali, produttive operazioni di fantasia di chi ha scelto la formazione come principale attività della sua vita. Intanto, lavorare per non trovarsi a essere dispersi.
-La missione dell'educare porta a distinguere -in noi e negli altri- chi è disperso davvero da chi è solo in cerca di una propria strada.
Porta a chiedere ai discepoli un aiuto per non perdersi. O se ci si è già perduti a rientrare. Non nel gregge, in noi stessi.
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html a cura di Volfango Santinelli