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parrot.gif (1134 byte) Standard e linguaggio comune parrot.gif (1134 byte)
di Gabriele Boselli

Le parole che fortunatamente non abbiamo trovato: "standard" e "linguaggio comune"

Fra le tante espressioni della scolastica tardomoderna, due mi sembrano ricorrere con particolare frequenza: "occorre fissare degli standard" e "ci vuole un linguaggio comune". Solitamente chi le pronuncia aggiunge che "inflazione o no, i prezzi salgono lo stesso", "la scuola andrebbe privatizzata", "le stagioni non sono più le stesse"; conclude spesso che "ci vorrebbe qualcuno che mettesse a posto le cose". Avevamo qualche timore che -nonostante la saggezza dei saggi- "standard" e "linguaggio comune" finissero anche nella proposta ministeriale. Invece no, per fortuna.

"Standard" é parola che condensa tutta la virulenza del pensiero docimologico: é lo stendardo dietro cui i generali del pensiero unico scolastico si apprestano a raccogliere le truppe del pensiero assente, seguite in futuro da legioni di piccoli prigionieri segnati da pratiche di verifica. Lo standard é la bandiera del Nulla, il criterio delle non-persone (infatti é "oggettivo"). E' un filo d'acciaio tirato alla presunta altezza media; lascia passare indenni le creature di bassa statura ma taglia i corpi in corsa di chi pensa in modo alto, originale, divergente.

"Linguaggio comune" é l'auspicio di chi disprezza la pluralità, dei nostalgici dell'ordinato e pre-storico mondo prebabelico.
La storia é dialettica delle pluralità e fa rumore, non é musichetta new age. Se il linguaggio é comune, non dice niente di rivolto alle persone, alla pluralità delle loro storie e delle loro identità. Volere un linguaggio comune é esprimere non la volontà di comprendere e di essere compresi ma di addottrinare e di essere indottrinati. Il sublime dono pentecostale delle lingue (al plurale) é un vero dono; il dono della lingua unica sarebbe una condanna.
Viva, allora il reciproco fraintendimento degli uomini di Babele. Non costruiremo l'agognata torre più alta di Dio (leggi ora: di Bill Gates) ma continueremo a dire nella nostra lingua qualcosa di differente e di diverso, qualcosa di nostro e aperto all'alterità dell'altro..

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html a cura di Volfango Santinelli