Le parole che
fortunatamente non abbiamo trovato: "standard" e "linguaggio comune"
Fra le tante espressioni della scolastica tardomoderna, due mi sembrano ricorrere con
particolare frequenza: "occorre fissare degli standard" e "ci vuole un
linguaggio comune". Solitamente chi le pronuncia aggiunge che "inflazione o no,
i prezzi salgono lo stesso", "la scuola andrebbe privatizzata", "le
stagioni non sono più le stesse"; conclude spesso che "ci vorrebbe qualcuno che
mettesse a posto le cose". Avevamo qualche timore che -nonostante la saggezza dei
saggi- "standard" e "linguaggio comune" finissero anche nella proposta
ministeriale. Invece no, per fortuna.
"Standard" é parola che condensa tutta la virulenza del pensiero docimologico:
é lo stendardo dietro cui i generali del pensiero unico scolastico si apprestano a
raccogliere le truppe del pensiero assente, seguite in futuro da legioni di piccoli
prigionieri segnati da pratiche di verifica. Lo standard é la bandiera del Nulla, il
criterio delle non-persone (infatti é "oggettivo"). E' un filo d'acciaio tirato
alla presunta altezza media; lascia passare indenni le creature di bassa statura ma taglia
i corpi in corsa di chi pensa in modo alto, originale, divergente.
"Linguaggio comune" é l'auspicio di chi disprezza la pluralità, dei nostalgici
dell'ordinato e pre-storico mondo prebabelico.
La storia é dialettica delle pluralità e fa rumore, non é musichetta new age. Se il
linguaggio é comune, non dice niente di rivolto alle persone, alla pluralità delle loro
storie e delle loro identità. Volere un linguaggio comune é esprimere non la volontà di
comprendere e di essere compresi ma di addottrinare e di essere indottrinati. Il sublime
dono pentecostale delle lingue (al plurale) é un vero dono; il dono della lingua unica
sarebbe una condanna.
Viva, allora il reciproco fraintendimento degli uomini di Babele. Non costruiremo
l'agognata torre più alta di Dio (leggi ora: di Bill Gates) ma continueremo a dire nella
nostra lingua qualcosa di differente e di diverso, qualcosa di nostro e aperto
all'alterità dell'altro..

html a cura di Volfango Santinelli |