Home Page Ritorna all'indice                                    

carota e coniglio.gif (17357 byte)

RELAZIONE SULLA SPERIMENTAZIONE
Centro Territoriale di Educazione Ambientale - Telescuola
I CIRCOLO - JESI

               di Teresa Magnaterra

L'esperienza che ho vissuto durante quest'anno scolastico, nel I Circolo di Jesi, ha toccato due ambiti di intervento che possono essere considerati anche in modo indipendente l'uno dall'altro.
L'educazione ambientale già da due anni è stata oggetto di una particolare attenzione in questo Circolo; gli insegnanti hanno infatti sviluppato una programmazione che tenesse conto di tutte le discipline curricolari e in cui l'ambiente fosse il nodo in cui incorrere mentre si sviluppavano argomenti inerenti a discipline diverse. All'inizio dell'anno scolastico appena trascorso, inoltre, è stato avviato un percorso di aggiornamento e di formazione con il prof. Angelo Rimondi, proprio in materia di Educazione Ambientale.
D'altra parte invece il computer è stato, almeno all'inizio, nonostante l'uso individuale che ne facevano alcune insegnanti per predisporre il proprio lavoro, un oggetto abbastanza misterioso perché non si era mai sperimentato l'uso di questa macchina nella didattica.

L'obiettivo del mio lavoro era quello di integrare Educazione Ambientale e Telematica cercando di sviluppare ed elaborare con loro il lavoro che le insegnanti già conducevano, attraverso l'uso dei computer e della rete creata da Telescuola.
A questo proposito ho contribuito, con il collega Luca Paci, alla stesura e allo sviluppo, durante tutto l'anno scolastico, del progetto riguardante il prato. Abbiamo condiviso i successi legati all'ampia partecipazione e all'abbondanza di materiale e le difficoltà. Esse sono imputabili alle incertezze nell'utilizzazione della rete, visto che le competenze tecniche fra noi insegnanti si stanno sviluppando a poco a poco; sono dovute alla problematicità legata alla metodologia con cui sviluppare il lavoro in maniera da renderlo"comunicabile" e"intelligibile" anche a chi non aveva condiviso i vari momenti operativi, senza farne soltanto un prodotto"da vetrina"; sono dovute, infine, soprattutto alla sua finalità, che non era certo quella di individuare il nome corretto delle specie erbacee individuate nel metro quadrato di prato adottato, quanto piuttosto quella di elaborare modalità condivise per creare una nomenclatura che si fondasse su una ricerca vissuta, frutto di un'attribuzione motivata di alcune caratteristiche, riscontrate nelle foglie che erano state prese in considerazione. Un nostro errore è stato quello di non puntare, forse nel tentativo di semplificare le cose, alla ricerca di relazioni, all'analisi di"chi sta con chi", che invece avrebbe potuto essere praticabile soprattutto a livello di osservazione e di rendiconto non soltanto scientifico, ma anche fantastico, fatto di costruzione di storie e dunque di fantasia consapevole perché ha visto, trovato somiglianze e differenze, consegnato dei nomi e soprattutto creato, da una materia già data, rapporti, amicizie e contrasti.

In riferimento al I Circolo di Jesi, il gruppo delle insegnanti che ha lavorato, in particolare nel campo dell'Educazione Ambientale, si è riunito mensilmente dopo aver deciso di lavorare intorno a tre temi: il fiume, l'oasi di Ripabianca e l'orto biologico, che è stato curato (ne sono stati raccolti e gustati anche i frutti) da una classe seconda e da una classe quinta.
Io, in riferimento al Circolo, ho seguito soprattutto il Progetto Forest Watch, promosso dal WWF di Milano, in due classi quarte e in una classe quinta. L'obiettivo principale era quello di monitorare un bosco e di strutturare del materiale da sottoporre, utilizzando la posta elettronica, all'attenzione di altre venti scuole elementari o medie in Italia sia per far conoscere agli altri diverse realtà ambientali, sia per cominciare a ragionare insieme sulle modalità didattiche e metodologiche con cui viene proposta ai ragazzi un'attività.
Con le colleghe abbiamo sviluppato un cammino di ricerca che passasse innanzitutto attraverso le conoscenze che i ragazzi avevano riguardo ai temi da trattare. Il nostro luogo di esplorazione non è stato un bosco inteso in senso tradizionale (come quelli delle favole, intricati e popolati di animali più o meno selvatici), ma una fascia di vegetazione ripariale, popolata da salici e pioppi molto giovani e collocata entro il territorio dell'Oasi di Ripabianca, situata nel Comune di Jesi e gestita dal WWF-Marche.
Abbiamo chiesto agli alunni di raccontarci e di disegnare che cosa immaginavano quando sentivano la parola oasi, quindi di fare uno sforzo per cercare di intravedere cosa ci fosse in un'oasi nel Comune di Jesi e per individuare i motivi che avevano condotto alla formazione dell'oasi stessa nel nostro territorio. Ne sono emerse descrizioni interessanti, popolate da una natura molto"disneyana" in cui la vegetazione è lussureggiante e gli animali vivono in amicizia fra loro. Spesso i bambini non hanno sentito alcun bisogno di contestualizzare i luoghi che descrivevano né in senso temporale, né in senso spaziale, qualche volta costruendo delle oasi, assimilabili in tutto a degli zoo, che mettono in mostra, escluse ovviamente le gabbie, visto che si dà quasi per scontata la bontà degli animali di qualunque tipo. Dalle parole dei ragazzi è emerso anche un desiderio di serenità e di pacificazione che, almeno secondo qualcuno, è incarnato soltanto dalla natura quando da essa si esclude l'uomo.
L'azione didattica successiva e la visita di una giornata all'oasi e al bosco hanno portato un po' di consapevolezza. Nonostante alcune delle loro aspettative risultassero deluse, i ragazzi hanno trovato molte sorprese dentro un ambiente"quasi scontato" e hanno scoperto che un'oasi può nascere non soltanto per proteggere ciò che è"esotico", ma anche ciò che appare quasi insignificante proprio perché quotidiano, o piccolo, o troppo vicino alla terra come detritivori e anellidi. Credo che questa conquista non possa certo considerarsi definitiva e mi rendo conto che cogliere le relazioni che legano la qualità della nostra vita alla presenza di alcuni"vermetti" nel sottobosco non è certo facile nemmeno per un adulto.

Questo lavoro è stato molto interessante per noi insegnanti e per i ragazzi anche se non ha raggiunto pienamente gli scopi che si era prefisso ed ha fatto emergere alcune contraddizioni che portano con sé una serie di spunti di riflessione su cui è, a mio giudizio, molto utile soffermarsi. Innanzitutto c'è sempre una distanza fra ciò che vorremmo insegnare e ciò che i bambini hanno appreso. Non è uno iato dovuto esclusivamente alle dinamiche della comunicazione che non passa solo attraverso il linguaggio, ma dipende anche dalla capacità, che ognuno di noi ha di"costruire coerenze" sia di tipo scientifico, sia di tipo narrativo.
Una volta una bambina di otto anni, dopo un lungo lavoro sulle simmetrie, mi ha chiesto stupita, notando come siano presenti ovunque:"Ma la simmetria c'era già nelle cose o ce l'abbiamo messa noi?" Io credo che questa sia una domanda autenticamente filosofica e sono convinta che per costruire un sapere, di qualunque tipo, sia necessario, anche con bambini molto piccoli arrivare a porsi domande come questa. Lo scopo finale non può essere certo quello di elaborare una teoria accreditata dalla comunità scientifica. Anche fra gli scienziati, già da molti anni c'è una discussione, feconda di idee, che ha condotto un matematico come René Thom a dire in maniera perentoria:"Tutto ciò che è rigoroso è insignificante!" Spesso il senso comune e la nostra"ignoranza scientifica" ci conducono a credere quasi fideisticamente in una scienza portatrice di verità che ci spiega esattamente, attraverso formule matematiche, come il mondo sia. La sua storia è invece popolata di errori e ci insegna che ogni volta l'uomo si è affannato a costruire modelli, ai suoi occhi sempre più semplici, belli ed efficaci, ma mai esaustivi e, come ha intuito felicemente Popper, che portavano già con sé, non vuoto, un"campo di falsificatori potenziali".
Visto che stimoli e informazioni traboccano ovunque noi muoviamo lo sguardo e visto che i bambini le accolgono con entusiasmo, per poi affastellarle e costruire dei mirabili e fragili castelli di carte, non vale forse la pena che gli insegnanti la smettano di aggiungere soltanto dei pezzi a queste traballanti costruzioni?
Occorre, secondo me, soffermarsi con i bambini a pensare, in senso autentico, recuperando l'etimologia che il verbo latino pendo porta con sé, tenendo, per mezzo del dialogo e della discussione, in bilico le idee finché piano piano non sedimentano fino a stringere le cose le une alle altre in una relazione dialettica che dia la possibilità di costruire una struttura interpretativa della realtà, in cui ci capita di vivere, realtà che risulterà certamente diversa da quella del senso comune nella quale noi adulti per primi non facciamo che adagiarci.
Molto spesso, infatti, noi insegnanti siamo colti di sorpresa da un rischio di globalizzazione che rischia di cogliere anche l'Ambiente-Terra in cui viviamo come un tutto indistinto e che ci fa pronunciare in modo altisonante parole come biodiversità o complessità, ma ce le fa trasmettere semplicemente ai bambini, magari con atteggiamenti un po' moralistici, senza recuperare niente del significato concreto che possono avere nell'ambiente in cui viviamo tutti i giorni e senza che il lavoro che facciamo condizioni, alla fine, i comportamenti quotidiani nostri e quelli dei nostri alunni.

Il secondo ambito da prendere in considerazione riguarda l'introduzione dei computers nella didattica. Nel I Circolo di Jesi è stata operata la scelta di inserire le macchine direttamente nelle sezioni di scuola materna e nelle prime classi della scuola elementare. L'esperienza che i colleghi hanno condotto è stata valutata in maniera non del tutto soddisfacente soprattutto se si considera l'obiettivo che ci si era proposto: cioè quello di far diventare il computer uno strumento che modifica in maniera significativa le modalità di lavoro quotidiano. I risultati raggiunti sono comunque importanti perché hanno evidenziato senz'altro che, per intravederne un uso positivo ed interessante, occorre avere una serie di competenze che possono essere acquisite solo dedicando tempo alla formazione degli insegnanti. E' stato rilevato, inoltre, che tenere il computer in classe vuol dire anche trovare modalità di organizzazione dell'attività diverse da quelle che si usano di solito, in parte solo per abitudine.
Una riflessione molto interessante è stata condotta sul software che è stato utilizzato. I programmi didattici già predisposti per un uso facile e guidato, dopo una prima fase di entusiasmo sono risultati molto rigidi. Anche quelli più gradevoli da un punto di vista grafico e meglio impostati da quello didattico hanno comportato un'interazione legata ad un approccio per tentativi ed errori senza che il bambino sia stato indotto ad analizzare e capire lo scopo reale di ciò che stava facendo. Il numero, necessariamente limitato dei casi che questi programmi propongono, porta, inoltre, molto presto alla loro obsolescenza e alla richiesta, da parte degli alunni, di nuovi giochi. Altri software come i programmi di scrittura, di grafica o un programma per comporre semplici animazioni sono risultati molto più interessanti perché, pur vincolando all'uso di regole (tipiche dei linguaggi formali con cui sono concepite le macchine), permettono però la realizzazione di materiali nuovi o comunque qualitativamente differenti dai prodotti ottenuti di solito. Comportano, poi, soprattutto, la necessità di riflettere su ciò che si fa e sul modo in cui farlo, rimanendo entro i limiti che ci vengono imposti e, nello stesso tempo, sfruttandoli al massimo.
I prodotti ottenuti utilizzando il computer sono stati una serie di fascicoli per documentare o un singolo lavoro o un'attività condotta per un lungo periodo durante l'anno. I bambini della scuola materna lo hanno adoperato soprattutto per fare giochi didattici e per disegnare. Sono state appena iniziate una serie di prove mirate all'uso di un programma molto interessante per la costruzione di storie animate. Nelle prime classi elementari i bambini, oltre alle attività fin qui citate per la materna, hanno usato il computer per scrivere realizzando, in un caso, anche un piccolo fascicolo da regalare alla propria mamma. In una classe seconda e in una terza gli alunni si sono cimentati anche con lo scanner e sono così riusciti a documentare, attraverso una serie di fascicoli, alcuni lavori condotti nel corso dell'anno in storia e geografia. Le due classi quarte e la classe quinta, che hanno partecipato al progetto Forest Watch, di cui ho già parlato, hanno sviluppato un resoconto dettagliato di tutte le attività condotte, fatto di testi, diuter. Collegare per mezzo di link le varie parti è stata così soltanto una questione tecnica. Il risultato non è certo paragonabile a quello condotto da un esperto del settore, ma acquista valore proprio in quanto frutto di una costruzione mentale, oltre che materiale, maturata a poco a poco.
La sfida che il computer impone alla scuola resta, forse, proprio quella della realizzazione di ipertesti, cioè di lavori concepiti in modo multimediale e per mezzo di una logica non strettamente sequenziale, ma reticolare, che metta in risalto, in maniera immediata, una molteplicità di relazioni e ci lasci la possibilità ogni volta di scegliere il percorso che ci sembra più idoneo.
Tutto questo comporta una revisione non tanto del modo in cui il sapere è stato concepito, quanto, probabilmente, del modo in cui viene costruito. La distanza fra le varie discipline e la mancanza di tecnologie adeguate ha costretto finora ad utilizzare le parole dove mancavano altri canali di comunicazione, quello sonoro e visivo in particolare. Oggi siamo giunti ad un'integrazione che è sotto gli occhi di tutti e passa dal monitor del computer, non soltanto per noi e i nostri vicini, ma fino all'altro capo del mondo, non appena noi abbiamo finito di digitare i nostri messaggi.
Simultaneità, velocità, virtualità. Queste che sembrano parole magiche, quasi sostitutive di ogni cosa tangibile, non possono, secondo il mio parere, condurre ad una confusione fra ciò che è reale e ciò che non lo è. I pensieri, le parole, la musica, le sensazioni sono ancora molto più immateriali dei processori di silicio e dei loro microscopici circuiti elettronici e volano verso luoghi che la nostra razionalità non sempre riesce a controllare, ma che rifiuta di dichiarare inesistenti. Mi sembra che anche i bambini molto piccoli abbiano, in qualche modo, lasciato intendere questo. Essi sanno individuare con molta concretezza di che cosa è fatto il computer ("è quadrato","è di plastica") ed anche se sono un po' soggiogati dalle possibilità che offre non si rifiutano certo di giocare e di costruire con le mani e con i piedi. E' soprattutto un problema adulto quello di adeguare i propri stili di apprendimento e le proprie conoscenze per assoggettarli, quando serve, a nuove regole, che senz'altro possono apparire come un'imposizione un po' insensata, ma non conducono certo ad un orizzonte in cui sono esclusi il pensiero critico e quello creativo. Alcuni bambini mi hanno detto:"Il computer si accende, noi no!" Ho voluto prendere questa frase come motto, che significa la pura strumentalità della macchina che certo ci condiziona e ci condizionerà magari in una maniera che non riusciamo ancora a prevedere; ci resta, comunque, pur sempre la possibilità di scegliere se e quando accenderla o lasciarla spenta.

Il prossimo anno scolastico, se questa sperimentazione potrà proseguire, si apre per noi con una sfida duplice: da una parte cercare di sviluppare l'educazione ambientale come momento in cui il contesto che prendiamo in esame non è fatto soltanto di elementi che consideriamo uno per uno, ma anche nei loro rapporti reciproci. Vorremmo inoltre tenere conto che l'ambiente è certamente ambiente naturale, ma anche antropizzato, artificiale e perfino mentale. In una simile concezione diviene più naturale inserire, in modo positivo, anche il computer, che può diventare lo strumento che ci aiuta a mettere in risalto le strutture di relazioni che riusciamo ad individuare, a creare, a costruire anche interagendo con altri lontani fisicamente da noi.
I miei compiti, durante il prossimo anno scolastico, potrebbero configurarsi in modo tale da riuscire a conciliare l'esigenza di coordinare, con il collega Luca Paci, il lavoro di tutti i Circoli e gli Istituti Scolastici Comprensivi che aderiscono a Telescuola, con quella di continuare il percorso di formazione teorica e di consulenza sul campo. Per quanto concerne il primo aspetto il materiale da inserire in rete e i messaggi di posta elettronica da gestire aumenteranno da un punto di vista quantitativo, visto che a poco a poco stanno migliorando le competenze ed aumenta la partecipazione attiva degli insegnanti. A questo si aggiungeranno una serie di incontri iniziali e in itinere per la formazione e la discussione intorno a problemi riscontrati e tappe raggiunte.
L'esigenza di aggiornarsi è sempre crescente anche se, per l'esperienza condotta quest'anno, forse non è possibile giungere ad una formazione omogenea in poco tempo ed i risultati migliori sono stati ottenuti quando, dopo un primo approccio operativo con le macchine, subito insegnanti e alunni hanno cominciato a lavorare concretamente per realizzare qualcosa.
La scelta di mettere i computers nelle classi e nelle sezioni, che senz'altro risulta più onerosa economicamente, si giustifica però con la necessità di garantire a tutti la strumentazione minima necessaria per poter arrivare ad una prima fruizione e produzione. E' inoltre importante perché può permettere un utilizzo quasi immediato e far diventare questa macchina, nella scuola materna come nella scuola elementare, un"serbatoio della memoria" nel quale vengono raccolti testi, discussioni, suoni e immagini che poi possono essere tirati fuori, rivisti e ripensati. Un piccolo laboratorio può risultare utile, comunque, nel momento in cui si vuole velocizzare il lavoro e fino a quando tutti non avranno la possibilità di accedere direttamente al computer dalla stanza in cui si lavora di solito.
Il lavoro, condotto durante questo anno scolastico, credo abbia fatto intravedere a tutti coloro che hanno collaborato una serie di possibilità sulla base delle quali già a partire dal prossimo settembre sarà possibile operare delle scelte e portarle avanti con maggiore consapevolezza e lucidità.

Jesi, 13 luglio 1998
Teresa Magnaterra

linea con luci.gif (3490 byte)

html a cura di Volfango Santinelli