L'esperienza che ho vissuto durante quest'anno scolastico, nel I Circolo di Jesi,
ha toccato due ambiti di intervento che possono essere considerati anche in modo
indipendente l'uno dall'altro.
L'educazione ambientale già da due anni è stata oggetto di una particolare attenzione in
questo Circolo; gli insegnanti hanno infatti sviluppato una programmazione che tenesse
conto di tutte le discipline curricolari e in cui l'ambiente fosse il nodo in cui
incorrere mentre si sviluppavano argomenti inerenti a discipline diverse. All'inizio
dell'anno scolastico appena trascorso, inoltre, è stato avviato un percorso di
aggiornamento e di formazione con il prof. Angelo Rimondi, proprio in materia di
Educazione Ambientale.
D'altra parte invece il computer è stato, almeno all'inizio, nonostante l'uso individuale
che ne facevano alcune insegnanti per predisporre il proprio lavoro, un oggetto abbastanza
misterioso perché non si era mai sperimentato l'uso di questa macchina nella didattica.
L'obiettivo del mio lavoro era quello di integrare Educazione Ambientale e Telematica
cercando di sviluppare ed elaborare con loro il lavoro che le insegnanti già conducevano,
attraverso l'uso dei computer e della rete creata da Telescuola.
A questo proposito ho contribuito, con il collega Luca Paci, alla stesura e allo sviluppo,
durante tutto l'anno scolastico, del progetto riguardante il prato. Abbiamo condiviso i
successi legati all'ampia partecipazione e all'abbondanza di materiale e le difficoltà.
Esse sono imputabili alle incertezze nell'utilizzazione della rete, visto che le
competenze tecniche fra noi insegnanti si stanno sviluppando a poco a poco; sono dovute
alla problematicità legata alla metodologia con cui sviluppare il lavoro in maniera da
renderlo"comunicabile" e"intelligibile" anche a chi non aveva
condiviso i vari momenti operativi, senza farne soltanto un prodotto"da
vetrina"; sono dovute, infine, soprattutto alla sua finalità, che non era certo
quella di individuare il nome corretto delle specie erbacee individuate nel metro quadrato
di prato adottato, quanto piuttosto quella di elaborare modalità condivise per creare una
nomenclatura che si fondasse su una ricerca vissuta, frutto di un'attribuzione motivata di
alcune caratteristiche, riscontrate nelle foglie che erano state prese in considerazione.
Un nostro errore è stato quello di non puntare, forse nel tentativo di semplificare le
cose, alla ricerca di relazioni, all'analisi di"chi sta con chi", che invece
avrebbe potuto essere praticabile soprattutto a livello di osservazione e di rendiconto
non soltanto scientifico, ma anche fantastico, fatto di costruzione di storie e dunque di
fantasia consapevole perché ha visto, trovato somiglianze e differenze, consegnato dei
nomi e soprattutto creato, da una materia già data, rapporti, amicizie e contrasti.
In riferimento al I Circolo di Jesi, il gruppo delle insegnanti che ha lavorato, in
particolare nel campo dell'Educazione Ambientale, si è riunito mensilmente dopo aver
deciso di lavorare intorno a tre temi: il fiume, l'oasi di Ripabianca e l'orto biologico,
che è stato curato (ne sono stati raccolti e gustati anche i frutti) da una classe
seconda e da una classe quinta.
Io, in riferimento al Circolo, ho seguito soprattutto il Progetto Forest Watch, promosso
dal WWF di Milano, in due classi quarte e in una classe quinta. L'obiettivo principale era
quello di monitorare un bosco e di strutturare del materiale da sottoporre, utilizzando la
posta elettronica, all'attenzione di altre venti scuole elementari o medie in Italia sia
per far conoscere agli altri diverse realtà ambientali, sia per cominciare a ragionare
insieme sulle modalità didattiche e metodologiche con cui viene proposta ai ragazzi
un'attività.
Con le colleghe abbiamo sviluppato un cammino di ricerca che passasse innanzitutto
attraverso le conoscenze che i ragazzi avevano riguardo ai temi da trattare. Il nostro
luogo di esplorazione non è stato un bosco inteso in senso tradizionale (come quelli
delle favole, intricati e popolati di animali più o meno selvatici), ma una fascia di
vegetazione ripariale, popolata da salici e pioppi molto giovani e collocata entro il
territorio dell'Oasi di Ripabianca, situata nel Comune di Jesi e gestita dal WWF-Marche.
Abbiamo chiesto agli alunni di raccontarci e di disegnare che cosa immaginavano quando
sentivano la parola oasi, quindi di fare uno sforzo per cercare di intravedere cosa ci
fosse in un'oasi nel Comune di Jesi e per individuare i motivi che avevano condotto alla
formazione dell'oasi stessa nel nostro territorio. Ne sono emerse descrizioni
interessanti, popolate da una natura molto"disneyana" in cui la vegetazione è
lussureggiante e gli animali vivono in amicizia fra loro. Spesso i bambini non hanno
sentito alcun bisogno di contestualizzare i luoghi che descrivevano né in senso
temporale, né in senso spaziale, qualche volta costruendo delle oasi, assimilabili in
tutto a degli zoo, che mettono in mostra, escluse ovviamente le gabbie, visto che si dà
quasi per scontata la bontà degli animali di qualunque tipo. Dalle parole dei ragazzi è
emerso anche un desiderio di serenità e di pacificazione che, almeno secondo qualcuno, è
incarnato soltanto dalla natura quando da essa si esclude l'uomo.
L'azione didattica successiva e la visita di una giornata all'oasi e al bosco hanno
portato un po' di consapevolezza. Nonostante alcune delle loro aspettative risultassero
deluse, i ragazzi hanno trovato molte sorprese dentro un ambiente"quasi
scontato" e hanno scoperto che un'oasi può nascere non soltanto per proteggere ciò
che è"esotico", ma anche ciò che appare quasi insignificante proprio perché
quotidiano, o piccolo, o troppo vicino alla terra come detritivori e anellidi. Credo che
questa conquista non possa certo considerarsi definitiva e mi rendo conto che cogliere le
relazioni che legano la qualità della nostra vita alla presenza di
alcuni"vermetti" nel sottobosco non è certo facile nemmeno per un adulto.
Questo lavoro è stato molto interessante per noi insegnanti e per i ragazzi anche se non
ha raggiunto pienamente gli scopi che si era prefisso ed ha fatto emergere alcune
contraddizioni che portano con sé una serie di spunti di riflessione su cui è, a mio
giudizio, molto utile soffermarsi. Innanzitutto c'è sempre una distanza fra ciò che
vorremmo insegnare e ciò che i bambini hanno appreso. Non è uno iato dovuto
esclusivamente alle dinamiche della comunicazione che non passa solo attraverso il
linguaggio, ma dipende anche dalla capacità, che ognuno di noi ha di"costruire
coerenze" sia di tipo scientifico, sia di tipo narrativo.
Una volta una bambina di otto anni, dopo un lungo lavoro sulle simmetrie, mi ha chiesto
stupita, notando come siano presenti ovunque:"Ma la simmetria c'era già nelle cose o
ce l'abbiamo messa noi?" Io credo che questa sia una domanda autenticamente
filosofica e sono convinta che per costruire un sapere, di qualunque tipo, sia necessario,
anche con bambini molto piccoli arrivare a porsi domande come questa. Lo scopo finale non
può essere certo quello di elaborare una teoria accreditata dalla comunità scientifica.
Anche fra gli scienziati, già da molti anni c'è una discussione, feconda di idee, che ha
condotto un matematico come René Thom a dire in maniera perentoria:"Tutto ciò che
è rigoroso è insignificante!" Spesso il senso comune e la nostra"ignoranza
scientifica" ci conducono a credere quasi fideisticamente in una scienza portatrice
di verità che ci spiega esattamente, attraverso formule matematiche, come il mondo sia.
La sua storia è invece popolata di errori e ci insegna che ogni volta l'uomo si è
affannato a costruire modelli, ai suoi occhi sempre più semplici, belli ed efficaci, ma
mai esaustivi e, come ha intuito felicemente Popper, che portavano già con sé, non
vuoto, un"campo di falsificatori potenziali".
Visto che stimoli e informazioni traboccano ovunque noi muoviamo lo sguardo e visto che i
bambini le accolgono con entusiasmo, per poi affastellarle e costruire dei mirabili e
fragili castelli di carte, non vale forse la pena che gli insegnanti la smettano di
aggiungere soltanto dei pezzi a queste traballanti costruzioni?
Occorre, secondo me, soffermarsi con i bambini a pensare, in senso autentico, recuperando
l'etimologia che il verbo latino pendo porta con sé, tenendo, per mezzo del dialogo e
della discussione, in bilico le idee finché piano piano non sedimentano fino a stringere
le cose le une alle altre in una relazione dialettica che dia la possibilità di costruire
una struttura interpretativa della realtà, in cui ci capita di vivere, realtà che
risulterà certamente diversa da quella del senso comune nella quale noi adulti per primi
non facciamo che adagiarci.
Molto spesso, infatti, noi insegnanti siamo colti di sorpresa da un rischio di
globalizzazione che rischia di cogliere anche l'Ambiente-Terra in cui viviamo come un
tutto indistinto e che ci fa pronunciare in modo altisonante parole come biodiversità o
complessità, ma ce le fa trasmettere semplicemente ai bambini, magari con atteggiamenti
un po' moralistici, senza recuperare niente del significato concreto che possono avere
nell'ambiente in cui viviamo tutti i giorni e senza che il lavoro che facciamo condizioni,
alla fine, i comportamenti quotidiani nostri e quelli dei nostri alunni.
Il secondo ambito da prendere in considerazione riguarda l'introduzione dei computers
nella didattica. Nel I Circolo di Jesi è stata operata la scelta di inserire le macchine
direttamente nelle sezioni di scuola materna e nelle prime classi della scuola elementare.
L'esperienza che i colleghi hanno condotto è stata valutata in maniera non del tutto
soddisfacente soprattutto se si considera l'obiettivo che ci si era proposto: cioè quello
di far diventare il computer uno strumento che modifica in maniera significativa le
modalità di lavoro quotidiano. I risultati raggiunti sono comunque importanti perché
hanno evidenziato senz'altro che, per intravederne un uso positivo ed interessante,
occorre avere una serie di competenze che possono essere acquisite solo dedicando tempo
alla formazione degli insegnanti. E' stato rilevato, inoltre, che tenere il computer in
classe vuol dire anche trovare modalità di organizzazione dell'attività diverse da
quelle che si usano di solito, in parte solo per abitudine.
Una riflessione molto interessante è stata condotta sul software che è stato utilizzato.
I programmi didattici già predisposti per un uso facile e guidato, dopo una prima fase di
entusiasmo sono risultati molto rigidi. Anche quelli più gradevoli da un punto di vista
grafico e meglio impostati da quello didattico hanno comportato un'interazione legata ad
un approccio per tentativi ed errori senza che il bambino sia stato indotto ad analizzare
e capire lo scopo reale di ciò che stava facendo. Il numero, necessariamente limitato dei
casi che questi programmi propongono, porta, inoltre, molto presto alla loro obsolescenza
e alla richiesta, da parte degli alunni, di nuovi giochi. Altri software come i programmi
di scrittura, di grafica o un programma per comporre semplici animazioni sono risultati
molto più interessanti perché, pur vincolando all'uso di regole (tipiche dei linguaggi
formali con cui sono concepite le macchine), permettono però la realizzazione di
materiali nuovi o comunque qualitativamente differenti dai prodotti ottenuti di solito.
Comportano, poi, soprattutto, la necessità di riflettere su ciò che si fa e sul modo in
cui farlo, rimanendo entro i limiti che ci vengono imposti e, nello stesso tempo,
sfruttandoli al massimo.
I prodotti ottenuti utilizzando il computer sono stati una serie di fascicoli per
documentare o un singolo lavoro o un'attività condotta per un lungo periodo durante
l'anno. I bambini della scuola materna lo hanno adoperato soprattutto per fare giochi
didattici e per disegnare. Sono state appena iniziate una serie di prove mirate all'uso di
un programma molto interessante per la costruzione di storie animate. Nelle prime classi
elementari i bambini, oltre alle attività fin qui citate per la materna, hanno usato il
computer per scrivere realizzando, in un caso, anche un piccolo fascicolo da regalare alla
propria mamma. In una classe seconda e in una terza gli alunni si sono cimentati anche con
lo scanner e sono così riusciti a documentare, attraverso una serie di fascicoli, alcuni
lavori condotti nel corso dell'anno in storia e geografia. Le due classi quarte e la
classe quinta, che hanno partecipato al progetto Forest Watch, di cui ho già parlato,
hanno sviluppato un resoconto dettagliato di tutte le attività condotte, fatto di testi,
diuter. Collegare per mezzo di link le varie parti è stata così soltanto una questione
tecnica. Il risultato non è certo paragonabile a quello condotto da un esperto del
settore, ma acquista valore proprio in quanto frutto di una costruzione mentale, oltre che
materiale, maturata a poco a poco.
La sfida che il computer impone alla scuola resta, forse, proprio quella della
realizzazione di ipertesti, cioè di lavori concepiti in modo multimediale e per mezzo di
una logica non strettamente sequenziale, ma reticolare, che metta in risalto, in maniera
immediata, una molteplicità di relazioni e ci lasci la possibilità ogni volta di
scegliere il percorso che ci sembra più idoneo.
Tutto questo comporta una revisione non tanto del modo in cui il sapere è stato
concepito, quanto, probabilmente, del modo in cui viene costruito. La distanza fra le
varie discipline e la mancanza di tecnologie adeguate ha costretto finora ad utilizzare le
parole dove mancavano altri canali di comunicazione, quello sonoro e visivo in
particolare. Oggi siamo giunti ad un'integrazione che è sotto gli occhi di tutti e passa
dal monitor del computer, non soltanto per noi e i nostri vicini, ma fino all'altro capo
del mondo, non appena noi abbiamo finito di digitare i nostri messaggi.
Simultaneità, velocità, virtualità. Queste che sembrano parole magiche, quasi
sostitutive di ogni cosa tangibile, non possono, secondo il mio parere, condurre ad una
confusione fra ciò che è reale e ciò che non lo è. I pensieri, le parole, la musica,
le sensazioni sono ancora molto più immateriali dei processori di silicio e dei loro
microscopici circuiti elettronici e volano verso luoghi che la nostra razionalità non
sempre riesce a controllare, ma che rifiuta di dichiarare inesistenti. Mi sembra che anche
i bambini molto piccoli abbiano, in qualche modo, lasciato intendere questo. Essi sanno
individuare con molta concretezza di che cosa è fatto il computer ("è
quadrato","è di plastica") ed anche se sono un po' soggiogati dalle
possibilità che offre non si rifiutano certo di giocare e di costruire con le mani e con
i piedi. E' soprattutto un problema adulto quello di adeguare i propri stili di
apprendimento e le proprie conoscenze per assoggettarli, quando serve, a nuove regole, che
senz'altro possono apparire come un'imposizione un po' insensata, ma non conducono certo
ad un orizzonte in cui sono esclusi il pensiero critico e quello creativo. Alcuni bambini
mi hanno detto:"Il computer si accende, noi no!" Ho voluto prendere questa frase
come motto, che significa la pura strumentalità della macchina che certo ci condiziona e
ci condizionerà magari in una maniera che non riusciamo ancora a prevedere; ci resta,
comunque, pur sempre la possibilità di scegliere se e quando accenderla o lasciarla
spenta.
Il prossimo anno scolastico, se questa sperimentazione potrà proseguire, si apre per noi
con una sfida duplice: da una parte cercare di sviluppare l'educazione ambientale come
momento in cui il contesto che prendiamo in esame non è fatto soltanto di elementi che
consideriamo uno per uno, ma anche nei loro rapporti reciproci. Vorremmo inoltre tenere
conto che l'ambiente è certamente ambiente naturale, ma anche antropizzato, artificiale e
perfino mentale. In una simile concezione diviene più naturale inserire, in modo
positivo, anche il computer, che può diventare lo strumento che ci aiuta a mettere in
risalto le strutture di relazioni che riusciamo ad individuare, a creare, a costruire
anche interagendo con altri lontani fisicamente da noi.
I miei compiti, durante il prossimo anno scolastico, potrebbero configurarsi in modo tale
da riuscire a conciliare l'esigenza di coordinare, con il collega Luca Paci, il lavoro di
tutti i Circoli e gli Istituti Scolastici Comprensivi che aderiscono a Telescuola, con
quella di continuare il percorso di formazione teorica e di consulenza sul campo. Per
quanto concerne il primo aspetto il materiale da inserire in rete e i messaggi di posta
elettronica da gestire aumenteranno da un punto di vista quantitativo, visto che a poco a
poco stanno migliorando le competenze ed aumenta la partecipazione attiva degli
insegnanti. A questo si aggiungeranno una serie di incontri iniziali e in itinere per la
formazione e la discussione intorno a problemi riscontrati e tappe raggiunte.
L'esigenza di aggiornarsi è sempre crescente anche se, per l'esperienza condotta
quest'anno, forse non è possibile giungere ad una formazione omogenea in poco tempo ed i
risultati migliori sono stati ottenuti quando, dopo un primo approccio operativo con le
macchine, subito insegnanti e alunni hanno cominciato a lavorare concretamente per
realizzare qualcosa.
La scelta di mettere i computers nelle classi e nelle sezioni, che senz'altro risulta più
onerosa economicamente, si giustifica però con la necessità di garantire a tutti la
strumentazione minima necessaria per poter arrivare ad una prima fruizione e produzione.
E' inoltre importante perché può permettere un utilizzo quasi immediato e far diventare
questa macchina, nella scuola materna come nella scuola elementare, un"serbatoio
della memoria" nel quale vengono raccolti testi, discussioni, suoni e immagini che
poi possono essere tirati fuori, rivisti e ripensati. Un piccolo laboratorio può
risultare utile, comunque, nel momento in cui si vuole velocizzare il lavoro e fino a
quando tutti non avranno la possibilità di accedere direttamente al computer dalla stanza
in cui si lavora di solito.
Il lavoro, condotto durante questo anno scolastico, credo abbia fatto intravedere a tutti
coloro che hanno collaborato una serie di possibilità sulla base delle quali già a
partire dal prossimo settembre sarà possibile operare delle scelte e portarle avanti con
maggiore consapevolezza e lucidità.
Jesi, 13 luglio 1998
Teresa Magnaterra

html a cura di Volfango Santinelli |