Nella
stagione del "politically correct", della "pubblicità-progresso",
delle campagne di educazione civica più mielose e ipocrite di tutta la storia,
paradossalmente, ma non tanto, il problema morale é nascosto, esorcizzato, considerato in
fondo "politicamente scorretto". Nelle nuove tavole dei saperi che stanno
scrivendo nella scuola -in uno dei più importanti tentativi di innovazione del secolo- la
morale non é posta in evidenza; in compenso c'é tutto il repertorio del pur valido e
necessario perbenismo civico di fine millennio. Necessario, ma insufficiente se non sono
esplicitate le fondazioni morali.
Assistendo a trasmissioni televisive, leggendo la stampa destinata alle masse si ricevono
molte indicazioni sui comportamenti (essere gentili e solidali con i lavavetri, accogliere
con trasporto il fidanzato nero della figlia o il fidanzato maschio del figlio, pagare con
piacere la tassa per i terremotati del Belice o di Messina etc.) ma nessuno osa proporre
il problema delle fondazioni, delle ragioni di principio. Come fosse immorale parlare di
morale.
Eppure un' azione morale senza principi, non collegata a una intelligenza e a un'adesione
a valori -insegna Kant da un paio di secoli- é intrinsecamente amorale. Quando non ci
sono principi, la linea d'azione prevalente nel contesto di riferimento diviene "la
cosa giusta", quello che va fatto, sia esso lo sfruttamento intensivo del prossimo,
il prestare volontariato in un'associazione anti-aids, l'aiutare i bimbi di Chernobil o il
vendere ai bambini italiani e non le terribili merendine Kinder brioss (a mio avviso uno
dei maggiori delitti contro l'infanzia). Tutto "politicamente corretto" tutto
indifferentemente avaloriale.
Insieme al concetto di morale, anche quello di valore non gode infatti di buona stampa. A
causa -si scrive- di chi in passato lo usò per coprire retoricamente le proprie vergogne:
il valore "civiltà occidentale" brandito per imporre l'economia capitalistica
ai paesi extraeuropei, il valore "patria" usato per vendere armi; il valore
"giustizia" adoperato anche recentemente per sostituire l'oligarchia al potere
con un'altra più prona agli interessi dei gruppi industriali egemoni e meno esigente
sulla propria quota di profitto.
Ma il fatto che il concetto di valore e alcuni grandi valori siano stati strumentalizzati
non mi porta a escludere che sia questa un'idea da far agire ancora per intenzionalizzare
il comune operare negli eventi e -nel caso di cui trattiamo- per farlo fungere da nucleo
di una riflessione sui saperi che occorre consegnare alle nuove generazioni.
La mia tesi é che sia opportuna nella scuola una riconfigurazione dei saperi orientata
secondo idee di valore, dunque moralmente ed eticamente avvertita e principalmente
riferita alla qualità della relazione umana e culturale che i soggetti adulti della vita
scolastica sanno intrattenere tra loro e con i soggetti di età minore.
Essenziale e minimo
L'essenziale non é il minimo: nell'essenziale c'é il nucleo generativo di una o più
regioni ontologiche, é contenuto tutto il possibile sviluppo del sapere stesso. Il minimo
invece non contiene la proiezione "geometrica" dei saperi ma taglia -a un
livello considerato sufficiente- un sapere presviluppato.
I saperi volti all'essenza sono saperi di lungo respiro; portano a pensare le cose non
solo come sono oggi ma come sono state e probabilmente saranno, indipendentemente dal loro
utilizzo immediato e prossimo venturo. I saperi nella cui didattica ci si occupa di
garantire il minimo son volti all'utile e al contingente, spacciano immagini destinate a
sparire rapidamente perché alimentate non dalla conoscenza ma dal reale o anche solo
supposto bisogno.
L'essenziale é destinato a crescere, il minimo ad estinguersi, i saperi essenziali a far
crescere, quelli minimi a figurare bene negli schermi dei sistemi di valutazione venturi.
I saperi essenziali valorizzano le diversità e le differenze, quelli minimi danno a tutti
qualcosa che é estraneo a ciascuno.

html a cura di Volfango Santinelli |