Vorrei
partire da una premessa che ritengo fondamentale: cioè che l'intelligenza è un fenomeno
di tipo sistemico. Di conseguenza la domanda che un tempo si poneva con grande frequenza e
ansia: "Una macchina è in grado di pensare?" è una domanda mal fondata.
Infatti, allo stesso titolo, si potrebbe chiedere: "Un neurone è in grado di
pensare?" e la risposta è chiaramente "no". Una macchina, al pari di un
neurone e al pari di un cervello, pensa - cioè esplica un'attività intelligente -
soltanto quando sia inserita in un sistema, cioè in un contesto comunicativo in cui
abbiano luogo degli scambi, dei flussi d'informazione. E' interessante notare che questi
contesti prefigurano da sempre, implicitamente, quelle strutture che oggi siamo abituati a
chiamare reti.
La rete è dunque una struttura antica: è la struttura che fornisce il contesto
comunicativo, premessa fondamentale per ogni tipo di attività intelligente. Oggi tuttavia
la rete ha assunto una forma di esistenza più ampia ed esplicita: un'esistenza non solo
materiale ma anche metaforica, perché la rete ha assunto una valenza concettuale e
mitopoietica che trascende le attuazioni più concrete per informare di sé ampi territori
della cultura e dell'immaginario.
La rete dunque crea aloni di suggestione e di senso, indica strade e orizzonti nuovi: in
questo senso essa costituisce una forte ideologia, diversa comunque dalle ideologie
tradizionali perché è vuota: è un grande contenitore polivalente, multiuso,
flessibilissimo, che si può riempire di molti contenuti. In questo senso è piuttosto una
meta-ideologia, ed è quindi ancora più totalizzante, nella sua povertà e debolezza
contenutistica, di tutte le altre ideologie "forti". Così la globalizzazione,
lo scambio continuo di idee e di beni, la superciviltà universale omogenea e
indifferenziata, che funziona perfettamente senza attriti o scricchiolii, sono tutte
ideologie (e, in certa misura attuazioni) improntate alla meta-ideologia della rete.
Dopo aver ribadito che l'intelligenza è un fenomeno sistemico e che quindi nel suo
costituirsi, nel suo svilupparsi e nel suo manifestarsi è basata sullo scambio
comunicativo, voglio soffermarmi sulla tecnologia dell'informazione. Si tratta di un
fenomeno di estremo interesse, che accanto al suo tumultuoso sviluppo quantitativo si
segnala per un aumento crescente dell'efficienza e per un calo progressivo dei costi. Per
quanto ne sappiamo, è la prima volta, da quando l'uomo crea tecnologia complessa, che uno
strumento tecnico diventa insieme più efficiente e più economico. Questa circostanza è
di enorme importanza, perché, al di là dei meriti o demeriti intrinseci di una
determinata tecnologia e dei suoi effetti sulla cultura e sulla società, se una
tecnologia diviene economica s'impone più facilmente.
Ora non c'è dubbio che la tecnologia informatica contribuisca allo sviluppo comunicativo:
si affianca, si sovrappone, condiziona ed è condizionata dagli scambi comunicativi
consentiti dai mezzi di comunicazione più tradizionali. Essa s'inscrive in uno sviluppo
storico che ha avuto inizio da quando è nata la vita sulla Terra e che si è manifestato,
in modo paradigmatico, attraverso la cosiddetta estroflessione cognitiva. Con questa
espressione intendo descrivere il trasferimento e la rappresentazione esterna al corpo, in
particolare al cervello umano, mediante supporti materiali modulati, di quelli che si
chiamano variamente concetti, pensieri, idee, conoscenze, informazioni e via dicendo. Le
conoscenze diventano oggetti, su cui è dunque possibile operare con metodi e strumenti
che non sono più soltanto mentali (interni all'individuo). Così la memoria è stata via
via estroflessa grazie alla scrittura, che consente un accumulo esterno delle conoscenze
(per esempio nelle biblioteche) più ampio e insieme meno fluttuante e dinamico
dell'accumulo interno tipico delle società orali. L'accesso alle memorie esterne è
consentito a tutti, è ripetibile e affranca la memoria interna da compiti di accumulo,
per usarla per compiti di elaborazione (o per farla impigrire...).
Il calcolatore, grazie ai linguaggi di programmazione, costituisce un passo ulteriore su
questa strada, poiché le sue capacità di elaborazione automatica ci svincolano dalla
necessità di una comprensione puntuale del contenuto della scrittura. Il calcolatore
consente dunque di esternare (almeno in parte) non solo le conoscenze ma anche la
capacità di elaborazione delle conoscenze. Questo è il significato del termine
"automatico": l'intervento cognitivo dell'uomo non è più richiesto nella
stessa misura e nelle stesse forme. Vengono dunque esternate sia la memoria di massa
(banche dati, biblioteche ecc.) sia la memoria di lavoro (calcolatori in quanto operatori
simbolici).
E' evidente che l'esternazione della memoria e della capacità di elaborazione non può
non avere un effetto importante sulle conoscenze, sulla loro acquisizione, sul loro uso e
manipolazione. E, anche, sulla natura della memoria umana, che viene condizionata, come
tutte le facoltà, dall'uso che se ne fa e dalle interazioni che la legano alle altre
facoltà e al resto del mondo informazionale.
Un'altra forma di estroflessione è l'estroflessione comunicativa, cioè il progressivo
trasferimento all'esterno degli scambi comunicativi inizialmente interni all'unità
sistemica considerata. Lo scambio esternato si svolge tra unità sistemiche paritetiche e
contribuisce a costituire un'unità comunicativa più ampia, che a sua volta tenderà ad
esternare i propri flussi di comunicazione interni. Questa progressiva costituzione di
unità comunicative sempre più ampie, a formare una struttura gerarchica, ha coinciso con
le tappe fondamentali dell'evoluzione prima biologica e poi culturale: la cellula
procariote, poi la cellula eucariote, poi gli organismi pluricellulari, quindi le società
animali e infine la società umana, entro la quale questa estroflessione comunicativa
continua a manifestarsi: tra gli individui, i gruppi di individui, le città, le nazioni e
così via.
Oggi, almeno in linea di principio, si sta formando una sorta di unità globale (o
creatura planetaria) simboleggiata dalla rete, entro la quale circola un flusso continuo e
sempre più cospicuo di messaggi.
La tecnologia informatica è importante proprio perché incide sul flusso comunicativo che
sta alla base dell'intelligenza, anzi della civiltà stessa. Inoltre, come tutte le
tecnologie importanti, è difficile da controllare nei suoi sviluppi e nelle sue
conseguenze. Una tecnologia importante non si limita a sovrapporsi alla società che
l'adotta, ma entra in profondità nei suoi meccanismi, la modifica radicalmente e modifica
tutte le unità che ne fanno parte. La tecnologia non è neutra: non solo una tecnica
nuova ci permette di fare in modo diverso le cose che facevamo prima, ma ci consente anche
di fare cose nuove e c'impedisce di fare alcune delle cose che prima facevamo. Ogni
tecnologia, nel bene e nel male, esprime tutte le proprie potenzialità, a prescindere da
ciò che ne pensano o programmano o auspicano i suoi promotori. Dunque, in questo senso,
la tecnologia costituisce un forte catalizzatore evolutivo, i cui esiti, nonostante il
volonteroso finalismo dei propugnatori, sono spesso aleatori, nel senso che non è
possibile prevedere dove ci porterà l'adozione di una data tecnologia.
Se riflettiamo un momento, non possiamo non renderci conto che la tecnologia, considerata
come l'insieme degli strumenti con i quali l'uomo conosce il mondo e agisce sul mondo, è
primordiale. Anzi, il primo strumento tecnologico è il nostro corpo: è con il nostro
corpo che noi conosciamo il mondo, o meglio costruiamo del mondo immagini più o meno
distorte e filtrate: la realtà "vera" recede sempre più, non abbiamo accesso
diretto a questa realtà, ne costruiamo immagini che hanno con essa probabilmente un certo
grado di corrispondenza, ma che sono essenzialmente nostre costruzioni sensoriali e
mentali. Ebbene, se in questo senso il corpo è tecnologia, allora tutto ciò che modifica
il corpo e lo condiziona, ampliandone o esaltandone o limitandone le capacità, tutto ciò
insomma che viene chiamato correntemente tecnologia non può non avere un effetto profondo
sulle immagini che noi costruiamo della realtà, sul modo in cui vediamo il mondo e noi
stessi nel mondo: in una parola sulla nostra epistemologia.
La tecnologia informatica, inoltre, è profondamente radicata in quelle che Kant, in un
certo senso a ragione ma in un altro senso a torto, chiamava categorie a priori. A ragione
perché tutto ciò che vediamo e conosciamo e i modi in cui agiamo su questa realtà
filtrata si inscrivono in queste categorie, in questi grandi contenitori: il tempo lo
spazio e così via. A torto perché non si tratta di categorie fisse, come Kant riteneva,
ma di categorie storiche.
Il genere umano si è coevoluto in un ambiente fisico e chimico e poi biologico, il quale
ha inscritto, come una sorta di stampo o sommario, le proprie caratteristiche nella
specie: le grandi costanti dell'universo, la carica dell'elettrone, la massa del protone,
l'abbondanza relativa degli elementi, la forza di gravità e così via, sono impressi nel
nostro corpo e cervello, nella nostra struttura psichica e fisica: noi siamo ciò che
siamo (e possiamo diventare ciò che possiamo diventare) perché queste costanti
universali sono quelle che sono, hanno i valori che hanno. Non è inconcepibile che in un
universo leggermente diverso, in cui per esempio il rapporto tra idrogeno ed elio fosse un
tantino diverso, l'uomo o non sarebbe mai comparso o avrebbe avuto una forma e un corredo
di categorie a priori diversi da quelli che ha (considerazioni di questo tipo sono alla
base di quello che viene chiamato il "principio antropico").
Intanto dunque delle categorie possiedono un forte carattere di contingenza, poiché
dipendono in modo essenziale dall'interazione coevolutiva con un universo che poteva avere
caratteristiche diverse. Non solo contingenti, queste categorie, ma anche mutevoli,
perché siccome nell'interazione con la specie anche l'ambiente muta, ecco che le
categorie cambiano: il nostro rapporto con la realtà esterna, e quindi il filtro che ci
consente di costruirci la nostra immagine della realtà, è mutevole, ha carattere
storico. Quindi se per l'individuo, che le eredita, le categorie kantiane sono a priori,
per la specie, che se le costruisce, le categorie sono a posteriori.
Ebbene, se tutto ciò è vero, la tecnologia non può non incidere sulle categorie a
priori, poiché costituisce un filtro che si sovrappone e anzi si integra con i filtri
cosiddetti "naturali", tanto che la distinzione tra naturale e artificiale è
veramente ardua da tracciare, ha carattere contingente e mutevole. Dal momento che tutto
fa da filtro tra noi e la realtà, filtro sensoriale e filtro concettuale, distinguere
ciò che è naturale da ciò che è artificiale diventa piuttosto... artificioso.
In questa visione costruttivistica (debole), la tecnologia acquista la valenza di un
filtro categoriale che modifica la nostra epistemologia e che quindi contribuisce a
modificare anche la nostra ontologia.
Se tutto ciò può sembrare eccessivo, si pensi a quanto ci dicono i paleontologi
sull'evoluzione parallela di mano e cervello: a quanto pare non fu né lo sviluppo del
cervello né lo sviluppo della mano a rendere l'uomo primitivo homo sapiens, bensì
l'interazione retroattiva di mano e cervello; quindi lo "strumento" mano fu
decisivo nella costruzione dell'essenza intima dell'uomo, della sua ontologia. Oggi questa
influenza decisiva è esercitata in buona parte dalla tecnologia dell'informazione.
In realtà, più che di una tecnologia si tratta di una meta-tecnologia, poiché essa
catalizza le altre tecnologie, le modifica e le potenzia. Ebbene questa meta-tecnologia va
a incidere in profondità su quanto abbiamo di più intimo e prezioso. Da quando è morta
l'anima, da quando le altre prerogative metafisiche sono gravemente ammalate, ci è
rimasta, sembra, solo l'intelligenza. Intelligenza intesa, ripeto quanto ho detto
all'inizio, come fenomeno sistemico, come scambio informazionale dinamico tra tutti i
vertici del sistema complessivo. Intelligenza che è dunque distribuita dappertutto, anche
se si addensa di più in certi nodi comunicativi che corrispondono agli esseri umani, e
oggi un po' anche in certe macchine, ma che è diffusa ovunque, tanto che se volessimo
portare alle estreme conseguenze il carattere sistemico dell'intelligenza dovremmo dire
che esiste un unico essere intelligente, l'universo intero.
Goethe diceva: "la Natura è più geniale del mio genio", perché la Natura sa
sempre ciò che sta facendo e lo fa con la massima precisione e puntualità. Noi, poveri
emuli di Laplace, non sappiamo prevedere lo stato successivo del sistema universo, ma
l'universo sa prevederlo benissimo e sa portarvisi senza tentennamenti, senza ritardi,
senza incertezze.
Ora questa tecnologia così pervasiva, addirittura invasiva, capace di modificare la
nostra concezione del mondo, la nostra stessa natura, incide profondamente sugli strumenti
e sui prodotti della nostra cultura. Voglio qui passare rapidamente in rassegna alcuni
settori della cultura su cui la tecnologia informatica ha inciso e sta incidendo più in
profondità.
La matematica. Dopo l'avvento del calcolatore e, in seguito, dopo l'avvento della rete, la
matematica si fa in modo diverso. Non soltanto sono state create delle branche della
matematica che prima non esistevano (la teoria della computazione, la teoria degli automi,
la teoria degli algoritmi e così via), ma con il calcolatore si fanno anche delle
dimostrazioni che prima non si facevano, tanto che la comunità dei matematici è divisa
in due, poiché molti non accettano queste dimostrazioni di tipo nuovo. Ciò è
significativo, perché la matematica, che si era sempre presentata, almeno in linea di
principio, come una creatura iperuranica, dotata di statuto aprioristico e astorico,
indipendente dall'attività del matematico, oggi diviene oggetto di consenso e riacquista
quella valenza sociale che è tipica di tutte le altre attività umane.
La linguistica. Con il calcolatore è stato possibile analizzare le lingue con metodi
semplificati, riduzionistici e acontestuali che, in un'altra direzione, sono poi stati
adottati per costruire l'intelligenza artificiale funzionalistica. Diventando oggetto di
studio formale, la lingua si è inscritta in quel processo di estroflessione cognitiva di
cui ho parlato. La lingua è diventata oggetto di studio e di analisi, e così sono nate
la teoria della comunicazione, la teoria dell'informazione, la linguistica computazionale.
L'analisi è divenuta almeno in parte automatica, cioè è stata delegata al calcolatore e
si è in parte svincolata dalla necessità di una comprensione semantica.
La fisica. E' stato con l'aiuto determinante del calcolatore che si sono scoperti, o
meglio riscoperti, alcuni fenomeni di instabilità dinamica che Poincaré e altri avevano
studiato alla fine dell'Ottocento, e che hanno portato alla formulazione di quella branca
della fisica matematica che si chiama teoria del caos deterministico. Questa teoria, al di
là delle banalità introdotte dalla divulgazione, ha offerto una nuova immagine della
realtà conoscibile e del ruolo dell'incertezza nell'epistemologia. Si osservi che questi
fenomeni caotici erano noti da tempo, ma solo grazie al calcolatore e alla diffusione via
rete sono diventati patrimonio effettivo di conoscenza e hanno quindi modificato la nostra
immagine del mondo.
La biologia e le altre scienze. Anche in questi settori, l'influsso del calcolatore è
stato immenso: dal punto di vista teorico, con la costruzione di teorie tendenzialmente
riduzionistiche, atomistiche e acontestuali; e dal punto di vista applicativo, con la
costruzione di modelli simulati e con il varo di progetti di ampiezza inusitata e talora
preoccupante (si pensi al "progetto genoma" e alle sue possibili implicazioni
non sempre tranquillizzanti).
Oltre agli effetti sulle singole discipline, di cui ho dato solo qualche esempio
significativo, un altro fenomeno legato alla tecnologia dell'informazione è la ricerca
scientifica in rete. Alcuni scienziati, residenti non importa dove (nella comunicazione su
Internet l'annullamento o quasi del tempo si accompagna all'annullamento o quasi dello
spazio) si scambiano messaggi relativi a un problema che interessa tutti i partecipanti.
Lo scambio di idee è così rapido che s'innesca un meccanismo cognitivo e creativo che
non ha riscontro nella ricerca classica: i partecipanti in genere non hanno il tempo di
raffinare troppo i loro pensieri o di digerire le idee degli altri: i tempi sono
rapidissimi e i risultati si susseguono a ritmo serrato.
Il rischio naturalmente è che si commettano errori che si propagano e che nessuno ha modo
di rilevare per la rapidità stessa dello scambio. Questa rapidità deriva forse da una
sorta di nervosismo informatico, per cui non appena ricevuto un messaggio si è spinti a
rispondere immediatamente senza lasciar maturare le idee. D'altra parte la maturazione
delle idee, specie nelle attività che hanno a che fare con la scienza e la ricerca, è
importante, come sanno tutti i ricercatori seri. Può dunque capitare che a causa di
questo meccanismo che chiamerei "catastrofico" si costruiscano teorie basate su
risultati errati, teorie che poi debbono essere corrette o eliminate.
A proposito della necessità di riflettere, mi piace ricordare un aneddoto del grande
fisico britannico Rutherford. Ad alcuni colleghi tedeschi in visita al suo laboratorio,
che esprimevano ammirazione per le importanti ricerche che vi si conducevano pur nella
ristrettezza dei mezzi finanziari, Rutherford rispose: "Ci sono venuti a mancare i
soldi, perciò abbiamo cominciato a pensare." A me sembra una grande lezione
metodologica e un antidoto alla fretta che oggi sembra permeare gran parte delle nostre
attività. Quindi la facilitazione informatica può veramente costar cara in termini di
profondità e di spessore delle idee, a riprova che il calcolatore e la rete, come tutti
gli strumenti, non sono affatto neutri nei confronti di ciò che si fa e di come lo si fa.
Ora vorrei fare un'altra osservazione sulla rete. Nonostante se ne parli tanto e se ne
parli come di un fenomeno che riguarda la vita quotidiana di tutti, la rete è in realtà
un fenomeno che oggi come oggi coinvolge solo alcune nazioni, anzi alcuni strati della
popolazione di alcuni Paesi. Non si tratta insomma di un fenomeno di larga diffusione,
eppure si ha l'impressione che sia un fenomeno dominante, anzi che sia il fattore
discriminante, il fattore in base al quale domani, forse già oggi, le persone saranno
promosse o bocciate in termini di riuscita sociale, culturale e civile. Insomma, gli
analfabeti dell'informatica rischierebbero di essere tagliati fuori dallo sviluppo
evolutivo della nuova umanità che si sta formando.
Questa percezione è così forte che, negli Stati Uniti, i volonterosi samaritani degli
analfabeti informatici vorrebbero collegare a Internet tutti i poveri, i diseredati, gli
abitanti delle periferie e delle bidonvilles, che notoriamente non sono in rete. Solo che
i diseredati non sanno e non capiscono perché dovrebbero collegarsi: non hanno nessun
interesse, nessun problema da risolvere con la rete, i loro problemi sono ben altri. Le
persone abbienti, che hanno tempo, conoscenze e denaro, si collegano in rete per
divertirsi o per accrescere il loro tempo, le loro conoscenze e il loro denaro, insomma
per aumentare il loro benessere. Vale anche in questo caso una sorta di legge di san
Matteo: a chi ha sarà dato di più e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. In
definitiva, una volta che i buoni samaritani siano riusciti a persuadere un povero a
collegarsi in rete, il povero non saprà assolutamente che cosa chiedere, dove andare a
parare: in fondo la rete non gl'interessa molto né molto l'aiuta.
Ora vorrei fare qualche osservazione sul concetto di evoluzione. Quando ci si rese conto,
un paio di secoli fa, che la Terra non era sempre stata così come la vediamo, ma che era
stata soggetta a un'evoluzione, Jean-Baptiste Lamarck se ne venne fuori con una
spiegazione che a tutta prima sembra semplice e convincente: l'eredità dei caratteri
acquisiti. Ma questo principio, secondo il quale la progenie eredita i mutamenti acquisiti
dai genitori nel corso della loro vita, non vale: non può funzionare, è profondamente
errato; anzi se una specie dovesse evolversi in base all'eredità dei caratteri acquisiti
arriverebbe ben presto all'estinzione.
Darwin, qualche tempo dopo, propose un'altra spiegazione, molto più complessa,
antiintuitiva e farraginosa, che però sembra molto più convincente e tanto più
convincente quanto più si entra nei particolari della biologia molecolare. La spiegazione
di Darwin, basata sul duplice meccanismo della mutazione aleatoria e della selezione
(quasi) deterministica è così complicata che ci abbiamo messo centocinquant'anni ad
accettarla (e non tutti in verità l'hanno ancora accettata).
Oggi tuttavia, di fronte allo sviluppo della società, cioè di fronte al fenomeno
dell'evoluzione culturale, siamo costretti a rivedere un po' le nostre idee e a
reintrodurre in buona misura il meccanismo lamarckiano dell'eredità dei caratteri
acquisiti. L'evoluzione culturale funziona in base a una miscela di volta in volta diversa
di meccanismi darwiniani e lamarckiani. Le idee, non appena vengano introdotte, passano
rapidamente da una mente all'altra e vengono ereditate, per così dire, dalle generazioni
successive senza passare per la lunga trafila della mutazione e selezione. Le idee si
radicano rapidamente nella società. Ciò naturalmente se valgono, cioè se hanno qualche
valore di utilità, sul quale non mi voglio soffermare. E' abbastanza ovvio infatti che
anche nell'evoluzione culturale è all'opera un certo meccanismo di selezione, perché
spesso le idee sono in concorrenza tra loro. Ma non voglio entrare in particolari.
La cosa che mi preme mettere in evidenza è che i meccanismi lamarckiani operano con una
rapidità sconvolgente perché non vengono sottoposti a filtri di alcun genere.
L'evoluzione biologica è molto lenta, perché le mutazioni genetiche, quando vengano
espresse nel fenotipo, sono quasi sempre neutre o negative, perciò i loro portatori non
acquistano visibilità o scompaiono rapidamente. Le mutazioni positive, quelle che portano
a una modificazione osservabile nella specie perché hanno un valore di sopravvivenza,
sono rarissime. Invece le caratteristiche ereditate si propagano con grande rapidità (e
possono anche scomparire con grande rapidità).
Questa rapidità dei meccanismi lamarckiani ci ha permesso di passare in pochissimo tempo
dallo stato primitivo di "homo sapiens" allo stato di "homo
technologicus", ma comporta anche fenomeni cospicui di instabilità, ancora una volta
"catastrofica", cioè capace di propagarsi a valanga nel sistema considerato.
Questa instabilità si manifesta nel malessere di certi strati della popolazione, nelle
tensioni sociali, nei problemi della scuola. Ed è proprio la scuola il tema con il quale
voglio concludere questa mia chiacchierata. La scuola è per sua natura l'organo di
riproduzione della società, quindi ha carattere conservatore. Ma oggi, aiutata anche
dalla tecnologia informatica, la società si evolve con una rapidità tale che la scuola
non sa più che cosa debba conservare. Deve conservare quello che vale oggi, quello che
valeva ieri o quello che varrà domani? Anzi: quello che varrà domani mattina o quello
che varrà domani a mezzogiorno?
Di fronte a questi fenomeni che hanno tutte le caratteristiche del caos e della
catastrofe, nel senso tecnico studiato dalla fisica, io non ho ricette da proporre e non
ho giudizi da dare. Ne prendo atto e invito tutti a prenderne atto, senza indulgere a
entusiasmi e senza lanciare anatemi. E', la nostra, almeno in una prospettiva immediata,
una società animata da un dinamismo tale da non consentire il rafforzamento dei valori,
delle ideologie, dei punti di riferimento. Non è che i valori non ci siano, ma non
riescono a radicarsi e ad essere riconosciuti e accettati, perché cambiano di continuo.
Alcuni osservatori entusiasti indicano addirittura nel cambiamento continuo e nella
provvisorietà i veri valori, da difendere e da adottare. In realtà questo cambiamento
continuo ha, tra gli altri, un effetto cospicuo: tutto cambia per mantenere costante e
stabile, anzi per far aumentare, un unico valore, che è quello economico, il denaro.
In nuce, e secondo una prospettiva particolare ma significativa, questo è ciò che sta
accadendo oggi nella nostra società. E vorrei, per concludere, menzionare due problemi.
Il primo, come ho detto, è quello della scuola. Che cosa deve fare la scuola? Ci sono due
alternative possibili, entrambe forse destinate al fallimento. La prima è la resistenza:
la scuola dovrebbe resistere a questa fibrillazione apoplettica, filtrare tutte le
perturbazioni e identificare alcuni pochi valori stabili, o quasi, ai quali restare
fedele, soprattutto il valore pedagogico, culturale e vitale della storia. Con ciò
tuttavia la scuola firmerebbe la propria condanna all'isolamento in seno a una società
che se ne andrebbe allegramente per conto proprio senza affatto preoccuparsi della
resistenza della scuola.
L'altra alternativa è l'adeguamento. Cioè la scuola potrebbe decidere di seguire tutte
le perturbazioni del sociale e soprattutto di farsi interprete della volontà di
accrescimento finanziario e consumistico. A questo punto la scuola diventerebbe superflua,
perché basterebbe la televisione, basterebbero le aziende (che infatti hanno da tempo
creato le loro scuole interne), basterebbe insomma l'educazione pratica fornita dalla vita
di società.
Tutto ciò può suonare molto pessimistico, ma questa situazione della scuola è un
esempio molto evidente di doppio vincolo alla Bateson.
L'altra considerazione che volevo fare riguarda la narrazione. E' da tempo che si vanno
predicando e proclamando diverse morti, tra cui quella della narrazione e del romanzo: io
ritengo invece che l'essere umano, proprio per sua natura, sia un essere dialogante (e
ciò rientra nella natura sistemica e comunicazionale dell'intelligenza di cui parlavo
all'inizio). L'essere umano cerca il senso del mondo e di sé nel mondo proprio attraverso
la narrazione. In forma di dialogo e in forma di monologo: di continuo l'uomo racconta e
si racconta delle storie. Oggi, credo, si rileva una sorta di timida e iniziale, ma
promettente, convergenza del discorso narrativo e del discorso scientifico. La scoperta
della complessità del reale porta a un recupero della dimensione immaginaria e della
colorazione affettiva. Oggi si comincia a capire meglio quanto un tempo s'intuiva
confusamente, cioè che i prodotti del pensiero, artistici quanto filosofici e
scientifici, nascono spesso nel luogo del pensiero immaginativo e del sogno, cioè dietro
le quinte del teatro della coscienza, anche quando il risultato è un'innovazione
scientifica o tecnica capace di trasformare la nostra visione del mondo.
E questo recupero della dimensione immaginativa e affettiva si accompagna a un recupero
della narrazione. Al discorso unilineare, rigoroso e consequenziale che col tempo è
diventato tipico della scienza e che dalla scienza ha cominciato ad estendersi alle altre
attività simboliche e linguistiche, oggi si affianca il discorso polivalente e
articolato, che non rifiuta l'ambiguità ma ne trae alimento e ricchezza. C'è dunque,
dopo un lunghissimo declino, una rivalutazione del sapere narrativo e del mito, che
prelude forse a una rinascita dell'empatia e a un recupero del senso.
In questa prospettiva, dopo tanto teorizzare della morte del romanzo, della morte della
storia, della morte del racconto, potrebbe invece rinascere proprio la narrazione.
Nonostante tutte quelle teorie tanatologiche, raccontare e ascoltare storie è
un'attività connaturata nell'uomo: ciascuno di noi non fa altro che raccontarsi
interminabilmente una storia di sé stesso nel mondo. Del resto raccontare le storie è
l'unico modo per riacquistare il senso della Storia, di questo seguito di possibilità
perdute e di contingenze che trasformano una sola di quelle in necessità irreversibile,
aprendo la strada ad altre contingenze e condizionando così, anche se debolmente, il
futuro. Le storie sono uno specchio della Storia, perché hanno in comune con essa la
struttura arborescente: in ogni narrazione vi sono ramificazioni e solo dopo la scelta
operata dal narratore si manifesta l'irreversibilità. Nella mente dell'ascoltatore di
storie i mondi alternativi si aprono e si chiudono a seconda delle scelte fatte dal
narratore, ma le scelte non sono quasi mai obbligate, come sa chiunque abbia scritto o
letto o ascoltato un'opera narrativa. Solo nel percorso più o meno breve tra una scelta e
l'altra sembra esservi nello sviluppo del racconto una sorta di determinismo.
Soltanto con una narrazione si può capire e far capire un fenomeno nel suo dispiegarsi:
la narrazione ha la forma di ciò che narra. Quanto sono lontani dalla narrazione i freddi
e distaccati resoconti cui ci ha abituato la scienza contemporanea, in cui ogni
contingenza e ogni vivo processo germinativo sono ingessati nell'armatura della
consequenzialità logica. Il raccontare non è dunque il semplice e rozzo preliminare
dell'asettico e rigoroso resoconto scientifico, ma è invece una modalità consapevole che
nei suoi stessi ritmi incarna la fine dell'illusione che il soggetto possa rappresentare
il mondo da un ipotetico punto di vista esterno, considerandone la molteplicità
descrittiva come un fastidioso epifenomeno che si dileguerà quando l'unità soggiacente
sarà finalmente disvelata. Quando ci renderemo conto che l'unità soggiacente è una
nostra chimera, accetteremo di buon grado e con riconoscenza le narrazioni articolate e
contraddittorie che ora rifiutiamo in nome della coerenza, perché avremo capito che esse
rispecchiano più fedelmente il mondo, la sua evoluzione e la nostra storia nel mondo.
Ciò potrebbe spiegare anche la diffusa sensazione che un romanzo sia più efficace di un
saggio per penetrare e illuminare le frastagliate e oscure verità che più ci stanno a
cuore. Il romanzo consente al lettore (ma anche allo scrittore) una partecipazione emotiva
e commossa alle vicende narrate, gli consente un'identificazione empatica con i
personaggi. Questo è il motivo per cui, accanto alla mia attività di ricerca, da tempo
io coltivo la scrittura narrativa: scrivo romanzi e racconti, perché dicono, e mi dicono,
di più. La narrativa opera quel capovolgimento interiore che sfocia nella consapevolezza
che il racconto riguarda non entità astratte e siderali, bensì ogni singolo lettore
nella sua unicità storica e affettiva: de te fabula narratur.
Ecco il punto: per comunicare bisogna partecipare, bisogna che si apra quello che si
potrebbe chiamare il canale dell'empatia, che consiste nel sentirsi come l'altro, fatto
dello stesso DNA, dotato delle stesse capacità espressive e in grado di usare gli stessi
giuochi linguistici.
Ho parlato della narrazione, ma ciò che sto per dire vale per tutte le forme espressive,
le arti figurative, la musica e così via. Ci si esprime, in ogni caso, non con la mente o
con la mano o con il cuore: no, ci si esprime con tutta la persona, fatta di mente, corpo
e cuore, e la persona è sempre immersa in un ampio contesto comunicativo ed è frutto di
una storia più o meno complicata. E, all'altro capo, c'è del pari una persona che legge
o che ascolta e che così facendo ricrea, con tutta la propria persona, con tutta la
propria storia, con la propria anima-corpo, il racconto che le viene presentato.
E' a questo punto che la narrazione, questa interazione linguistico-corporea così
fondamentale per gli esseri umani, dev'essere confrontata con quanto ci offrono i nuovi
mezzi di comunicazione. Questi strumenti sono per loro natura, come tutti gli strumenti,
semplificanti: sono mezzi per comunicare, più che per esprimere, dunque introducono
distorsioni e limitazioni nell'espressione primitiva, ricca e incondizionata. Il problema
è dunque: i nuovi mezzi sono in grado, almeno in prospettiva, di soddisfare le necessità
comunicative ed espressive tanto variegate e complesse degli esseri umani? Se la risposta
fosse negativa, potrebbe accadere che una volta abituatisi ai nuovi mezzi gli esseri umani
soffrissero di inadeguatezza espressiva, e senza capire perché.
Tutto dipende dal mondo che verrà: se in questo mondo sarà privilegiata la comunicazione
tra esseri umani e macchine, allora è bene che i bambini si abituino fin da piccoli a
comunicare attraverso i nuovi mezzi, sacrificando l'espressione all'efficienza: se invece
sarà privilegiata la comunicazione tra esseri umani, come ancora accade oggi, forse sarà
bene che i bambini continuino a giocare e a fare teatro e a recitare poesie e a
raccontarsi storie e a dire bugie come fanno oggi.
Dato che nessuno ha ancora inventato una macchina che moltiplichi il tempo, non si possono
dedicare più ore al computer e insieme più ore anche al teatro: bisogna fare delle
scelte.
Lettura consigliata
Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem - Come il computer cambia la nostra cultura, Laterza,
Bari-Roma, 1998

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a cura di Volfango Santinelli |