Le più note frazioni di Genga

 

 

 

 

Altri documenti:

S. Vittore delle Chiuse.

S. Vittore delle Chiuse è la frazione più importante e popolosa del Comune di Genga. Si adagia nello slargo che segue la tortuosa attraversata della Gola di Frasassi, sul punto in cui il Sentino dolcemente si avvia a riversarsi nell'Esino. La natura qui presenta un affascinante paesaggio, in cui il verde intenso dei boschi e delle pinete si sposa armoniosamente con i molti colori delle rocce e la luce, che attraversa con fatica la Gola di Frasassi, dilaga sul piano del fondovalle. Il villaggio dispone a scalare i casolari e le ville dai ripiani che la roccia cadendo a picco dal massiccio montuoso di Pierosara mollemente si configura di qua e di la del Sentino in un'allungata striscia di terra. Se il Castello di Pierosara si costruisce intorno alla vigile torre medioevale, i casolari più antichi di S. Vittore si dispongono lungo le rive del Sentino e fanno ala all'antico Monastero Benedettino di S. Vittore, alla stupenda omonima chiesa romanica e alla torretta che sovrasta il viadotto romano.

Nell'età romana qui era un stazione termale; fino agli anni 30 si potevano ancora ammirare testimonianze, come resti di membrature termali, conduttori in laterizio e piombo, frammenti di mosaici, capitelli, testimonianze di vasche. Quasi intatto è il ponte romano sul Sentino, su cui si alza la già citata piccola torre medioevale. Attraverso il fornice archiacuto si intravede la Badia di S. Vittore, una struttura gotica che i! tempo e l'incuria degli uomini hanno lasciato perire quasi completamente; ora è in parte ricostruita. "È un grazioso insieme artistico, semplice e suggestivo che lega in un unico complesso tre epoche, tre concezioni di vita". Due pergamene dell'XI e XII secolo fanno pensare che il tempio ed il monastero sorsero nel sec. X per volere dei ricchi Feudatari laici dei castelli vicini, per ospitare i monaci benedettini con l'impegno di ufficiare la chiesa e provvedere alle cure pastorali degli abitanti del luogo. Nel sec. XI lo resero autonomo, in seguito vi si sottomisero. Si pensa che nel sito vi sorgesse già un tempio pagano e poichè un colle vicino si denomina "colle della battaglia", fosse dedicato a Iuppiter Victor; ma non è documentato. Alle origini il Monastero era dedicato a S. Benedetto, il tempio a S. Maria e a San Vittore. Si chiama S. Vittore delle Chiuse a motivo della cerchia delle montagne che lo circondano e del corso d'acqua vicino, nel Medio Evo denominato "rave di Clusis". Il Monastero raggiunse la più grande floridezza nel sec. XIII, quando erano alle sue dipendenze ben quaranta chiese e possedeva numerosi beni fondiari nei paesi vicini. La sua decadenza inizia al tempo del governo dell'abate simoniaco e mondano Crescenzio figlio di Alberghetto I Chiavelli (1308-1348). Alla fine del secolo XIV i monaci quasi l'abbandonarono per dimorare nel Monastero dipendente di S. Biagio di Fabriano. Nel 1406 il Monastero e tutti i suoi beni furono concessi in affitto a Chiavello Chiavelli, la congregazione religiosa venne soppressa e aggregata al Monastero di S. Caterina di Fabriano. Niente fa pensare che la chiesa sia una ristrutturazione del tempio romano, ha tutti i caratteri di un edificio sacro medioevale. La Chiesa appare dopo i vari restauri effettuati in questo secolo un esemplare e genuino edificio romanico, che ha riferimenti chiari e linee architettoniche basilicali paleocristiane, lombarde e bizantine. La massa muraria costruita con blocchi di travertino e materiale misto poggia solidamente sul suolo, la pianta è ideata nella più ammirabile semplicità, i corpi di fabbrica si allineano e reggono in un geometrismo di delicata armonia, la cupola si eleva con disinvolta eleganza e vivo slancio tutti questi caratteri, uniti ad altri quali gli elementi decorativi, le lesene, le nicchiette, i capitelli, la copertura a volte e cupola anche se edificio e pianta quadrangolare, come questo di S. Vittore, rimandano direttamente all'architettura romanica. Le presenze di particolari connotazioni come l'evidenziarsi delle absidi, il risalto del tiburio con marcati riferimenti orientaleggianti possono proporre, a prima vista, una collocazione stilistica ibrida. Proprio in considerazione di questo intreccio il Serra afferma che "la significazione essenziale del monumento sta nella leggiadria e nella singolarità della pianta, improntata di grazia ritmica nel succedersi delle esedre che ne costituiscono il lineamento espressivo; nella snella eleganza della cupola, nella purità non contaminata della salda e ben costrutta compagine muraria. In sostanza all'interno essa s'avvale della cadenza lenta e suasiva della musicalità bizantina e l'arte nella massa esterna, delicata e vaga. All'interno così si presenta: "Quattro grandi colonne di travertino , sormontate da capitelli cubici, formano il quadrato centrale e ripartiscono il vano. Si determinano nove campate di cui otto a crociera, leggermente accentuate, disadorne; la mediana con cupola emisferica internamente, ottagona all'esterno. Il presbiterio è sopraelevato di due gradini nella parete prospicente all'ingresso, ivi sono tre esedre con semicatino poggiati su una cornice sorretta da mensole la centrale con sedile, le laterali di analoga struttura come quella che si apre in ciascuna delle due fiancate. A sinistra, nello spigolo anteriore, si erge una torre cilindrica con gradini a chiocciola innestati in una massiccia colonna centrale, essi conducono al piano di copertura.

 

 

 

 

 

 

 

Altri documenti:

 

Il Castello di Pierosara.

I documenti lo definiscono Castello Petroso o Castrum Petrosum. Non si conosce con esatta precisione la data della sua fondazione avvenuta, probabilmente, prima del mille. Con il tempo divenne dipendente dall'abbazia di San Vittore. Nel 1212 l'abbazia di San Vittore, a causa di gravose contingenze economiche, cedette il Castello a Fabriano, riservandosi comunque alcuni diritti. Tra l'altro, Fabriano cedeva a Pierosara la metà delle tasse riscosse e alcuni diritti a favore di San Vittore. Nel 1298, l'abbazia accordò ogni diritto a Fabriano per la somma di mille lire anconetane. Nel 1400 circa furono recuperate, con opere conservative, le mura castellane. Per quanto riguarda il suo governo, il maniero aveva un proprio statuto ed era governato da quattro capi "estratti dal bussolo ogni due mesi". Era, comunque, un comune appodiato a Fabriano e comprendeva dieci villaggi, tra cui Camponocecchio e Valtreara. Quando Napoleone formò il Regno d'Italia, nel 1809, Pierosara divenne parte integrante del comune di Genga ancorchè si continuasse con la denominazione di appodio della Genga (non più di Fabriano) e la stessa Genga si trasformò in appodio di Sassoferrato. Tornata l'autorità pontificia e tornati i Conti al potere, Genga rinnovò la sua autonomia e fu accresciuta di altre frazioni.

 


Pagine a cura del
Centro Audiovisivo Distrettuale
1998